«Qui si vanga, non si zappa». Storie di gamberetti reazionari

«Contro il tradizionalismo fine a se stesso, esclusivo e respingente, spesso ignorante della stessa tradizione a cui si riferisce e delle innovazioni che essa ha conosciuto. In una prospettiva sempre più stretta e chiusa, che di fatto nega la cultura stessa, all’insegna di un localismo grottesco e di una concezione militare dei confini – eccezion fatta per gli affari e gli interessi economici, s’intende. Un tradizionalismo che non è nient’altro che un vertiginoso ritorno al passato, a un’idea di società in cui i diritti conquistati negli ultimi decenni siano ridimensionati o cancellati, che in nome del passato si spinge fino a negare la realtà presente e la stessa possibilità di un futuro più aperto e inclusivo. Un tradizionalismo che spesso trascura o derubrica la tradizione costituzionale del nostro Paese».

Così Giuseppe Civati, nel suo agile pamphlet Più antifascismo (People, 2026, cit. pag. 32), argomentando una delle tante ragioni che nel libro espone a sostegno della tesi – qui pienamente condivisa – per cui oggi ci sia decisamente bisogno di più antifascismo, appunto, non meno. E in effetti, la reazione nostalgica degli “ultradestri” nostrani proprio sul tradizionalismo insiste di più, con punte parossistiche che superano la soglia del dicibile, e a volte del ridicolo: il «patriarcato mediterraneo», l’aborto non come diritto, i gay che già possono guidare e curarsi, cos’altro vorrebbero mai, la cultura greco-romano-cristiana (contrapposta alla demo-pluto-giudaico-massonico-bolscevica, immagino) e una conoscenza della lingua italiana di livello “C1” per accedere alla cittadinanza (cioè, la togliamo pure a quei cittadini che non raggiungono il punteggio stabilito? Auguri).

Però, proprio qui si scorge una delle differenze tra gli attuali cosplayer in orbace e gli originali: agli inizi del XX secolo, volevano l’auto a benzina perché era il simbolo del domani, oggi perché gli ricorda l’ieri; allora cantavano Giovinezza, ora parlano quasi esclusivamente di e ai pensionati; quelli erano, in qualche modo, “futuristi”, questi “passatisti”. Ovviamente, da ricacciare entrambi per dove son venuti, con i modi e mezzi che furono o che saranno necessari.

Non che già al tempo del Ventennio non ci fosse una certa sperticata solfa tradizionalista, certo. Lo “strapaese” era tutto e solo quello, oltre all’idea sconclusionata e scollegata dai fatti storici – peraltro condivisa dagli uni e dagli altri – di essere i soli e genuini eredi della grandezza dell’impero di Roma. Ma se quelli, almeno nella retorica, provavano ad accogliere e affrontare il mondo che nasceva, questi ne hanno paura e si ritraggono nel ricordo falsato dalla memoria di un tranquillo tempo che fu.

Si potrebbe dire che allora erano giovani e a un Paese giovane parlavano, adesso no (né l’una, né l’altra cosa). O forse, avendo alle spalle il momento di ispirazione, gli attuali avanzano come i gamberi per non staccar lo sguardo dalle coperte di Linus che sanno lasciate negli anni che immaginano trionfanti. Non saprei: la psicologia dei gruppi è affare complicato, e di certo non è il mio mestiere.

«Qui si vanga, non si zappa», scrivevano, per aggirare la censura, molti soldati nelle loro corrispondenze dal fronte alle famiglie, negli anni di quel regime a cui i nostri non nascondono di ispirarsi (ne dà conto anche Mario Rigoni Stern, nelle Stagioni di Giacomo – in Trilogia dell’Altipiano, Einaudi, 2022). E per una società fortemente agricola, come quella della prima metà del secolo scorso, il messaggio era chiarissimo; vangando si procede all’indietro, zappando si avanza.

E pure oggi, si vanga e non si zappa: sui diritti, sull’apertura della società, sui rapporti economici. Non c’è (ancora?) bisogno di aggirare alcuna censura, ma è meglio che ci si muova, che ci muoviamo, prima di accorgerci di aver vangato tutto il terreno che avevamo percorso in avanti, su quasi tutti i campi che definiscono l’agire umano e politico.

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