«This technology disrupts humanities-trained — largely Democratic — voters, and makes their economic power less, and increases the economic power of vocationally trained, working-class, often male, voters». Riprese da più testate e media, queste frasi di Alex Karp rappresentano più di una provocazione. Suonano come una vera e propria diagnosi politica: l’intelligenza artificiale, dice il CEO di Palantir, non si limiterà a cambiare il lavoro, ma redistribuirà potere tra gruppi sociali diversi, colpendo ceti istruiti, progressisti, spesso femminili, e rafforzando invece figure vocational, working class, spesso maschili. A parer mio, di tutto il suo discorso, questo è il punto da prendere sul serio.
La singolarità della tesi sta però soprattutto nel rovesciamento storico che implica. Dai socialisti utopistici a Marx, una parte decisiva dell’immaginazione moderna di stampo progressista ha pensato le macchine come strumenti di liberazione dal lavoro più gravoso, più ripetitivo, più materiale. La tecnica doveva alleggerire il peso della necessità, sottraendo l’essere umano almeno a una parte della fatica. Nella prospettiva, non a caso conservatrice – forse persino reazionaria – evocata da Karp, sembra invece avvenire il contrario: non sono le macchine a entrare nel mondo del lavoro manuale per liberarci, ma queste vanno a occupare il campo della lettura, della scrittura, della sintesi, dell’interpretazione. Vale a dire, proprio quelle attività che la modernità aveva imparato a collocare sul versante più alto del lavoro umano.
Qui il riferimento a Marx può valere almeno per contrasto. L’idea del general intellect — l’intelligenza sociale incorporata nelle macchine, nei saperi, nell’organizzazione collettiva (cfr. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858, ed. La Nuova Italia, vol. II, pp. 402-403 — poteva essere letta come la promessa di una riduzione del tempo di lavoro necessario e di un allargamento del tempo disponibile per la libertà. Nell’immaginario che in quelle parole affiora, l’intelligenza depositata nelle macchine non libera dal lavoro: si appropria di una parte del lavoro intellettuale, mentre agli esseri umani resta, in misura crescente, il compito dell’esecuzione, dell’adattamento, della presenza materiale. La promessa dell’automazione non scompare; cambia direzione.
Naturalmente non è la prima volta che una rivoluzione tecnica ridisegna gerarchie sociali e simboliche. Ogni mutamento profondo della produzione sposta valore, prestigio, reddito, rappresentanza. Il tratto peculiare della trasformazione che vede – auspica? – Karp è che a essere investito non è il braccio: è la parola. Non la forza fisica, ma la capacità di ordinare concetti, redigere testi, filtrare informazioni, costruire mediazioni. Ricordo una vignetta intravista qualche anno fa: un robot era seduto in poltrona a leggere, mentre sullo sfondo gli uomini lavoravano per lui; l’inversione della scena che avevamo sognato. Per due secoli abbiamo immaginato macchine che ci avrebbero sollevati dal peso del lavoro materiale; oggi ci viene annunciato che potremmo restare inchiodati a quel peso, mentre i computer prendono in consegna il linguaggio.
Ed è qui che il discorso di Karp si fa rivelatore anche su un altro piano: quello del rapporto tra tecnica, genere e gerarchie del prestigio. Perché se il lavoro intellettuale, amministrativo, discorsivo, culturale viene svalutato o automatizzato, mentre torna a essere politicamente e simbolicamente premiata una figura di lavoratore “manuale”, “vocational”, “maschile”, non siamo davanti soltanto a una redistribuzione economica. Siamo davanti a una ridefinizione di ciò che una società decide di onorare. La tecnica, in altre parole, non modifica solo i processi produttivi: ridisegna il sistema delle legittimazioni.
Per questo colpisce che il rovesciamento venga presentato quasi come un dato naturale, o addirittura salutare. La tradizione progressista aveva cercato, con tutti i suoi limiti, di pensare insieme emancipazione dal lavoro necessario e allargamento dell’eguaglianza, anche tra i generi. Qui invece sembra affacciarsi un orizzonte opposto: non la liberazione condivisa dalla fatica, ma una nuova divisione in cui il pensiero viene delegato alle macchine e la dignità sociale si riaddensa attorno a una figura maschile del fare.
Non è detto che il futuro debba davvero andare così, e potremmo – dovremmo – impegnarci perché vada diversamente. È però significativo che una parte dell’élite tecnologica abbia iniziato a raccontarlo in questi termini. Perché ogni rivoluzione tecnica, prima ancora di trasformare il mondo, trasforma il modo in cui i suoi assetti e le sue “regole” tornano a essere giustificato.