Una bontà che non attraversa più la soglia

C’è una parola che ritorna, quasi ossessivamente, ogni volta che si prova a capire come una società possa convivere con l’ingiustizia senza ribellarsi davvero: normalità. Non il male estremo. Non la violenza spettacolare. Ma la forma quotidiana, funzionale, ordinata, in cui il male diventa un elemento del paesaggio.

Negli ultimi mesi mi è capitato di leggere – e rileggere – materiali molto diversi tra loro che, messi in risonanza, sembrano raccontare la stessa scena da angolazioni differenti. Una scena costruita su una soglia. Nel reportage di Atossa Araxia Abrahamian, per il New Yorker del 15 dicembre 2025, sugli americani che, dopo la rielezione di Trump, cercano di lasciare gli Stati Uniti per trasferirsi nei Paesi Bassi, l’immagine conclusiva è sorprendentemente domestica: passeggiando per Haarlem, l’autrice osserva le case lungo i canali, con le tende lasciate volutamente aperte, secondo una tradizione calvinista di trasparenza morale. Gli interni sono ordinati, luminosi, rassicuranti. Poi la frase che spezza l’idillio. L’autrice ricorda un ritratto di un uomo poco vestito su una scala antincendio a New York, con in mano una ciotola di spaghetti, e commenta: «non ho visto nessuno mangiare noodles in mutande», in Olanda.

Non è una battuta di colore. È una dichiarazione antropologica. Quella finestra aperta non dice tanto “non ho nulla da nascondere”, quanto piuttosto: “guarda come sono a posto”. Guarda come la mia vita è conforme. La trasparenza non riguarda la vita. Riguarda l’ordine.

La stessa grammatica dell’ordine che ho ritrovato in un editoriale di Dacia Maraini (Corriere della Sera, 30 gennaio 2026), scritto riflettendo sul nazismo e sulla complicità diffusa. Maraini insiste su un’immagine inquietante: il campo che “funziona come un orologio”, la macchina che procede grazie a persone normali, sedotte o impaurite, ma soprattutto integrate in un sistema che rende impossibile fermarsi a pensare. Non è l’odio a spiegare tutto. È il funzionamento. È la trasformazione della crudeltà in procedura.

Sempre sul magazine newyorkese, il 22 dicembre 2025 Michael Luo parlava dei conscientious objectors nella seconda amministrazione Trump: funzionari pubblici, giuristi, militari che cercano di opporsi dall’interno a decisioni che ritengono ingiuste, spesso pagando un prezzo personale molto alto. L’articolo di Luo ricostruisce anche un precedente storico decisivo: l’internamento dei giapponesi-americani durante la Seconda guerra mondiale, autorizzato dall’Executive Order 9066, difeso da giuristi e funzionari che, pur avendo dubbi sulla legittimità e sulla moralità del provvedimento, scelsero la lealtà istituzionale.

Qui la responsabilità individuale non si gioca nell’atto finale – deportare, arrestare, escludere – ma molto prima: nella decisione di continuare a far funzionare la macchina. Il conflitto non è tra bene e male. È tra coscienza e ruolo. E tuttavia la visibilità dell’ingiustizia non basta a spiegare tutto.

Nel più volte su questo spazio ripreso Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi racconta la reazione dei contadini lucani alla guerra d’Abissinia. Non vedono il fronte. Non vedono la violenza. Ma capiscono immediatamente che quella guerra è ingiusta, perché promette una terra che «bisognava prima togliere a quelli che l’avevano». Il giudizio morale è limpido. Ciò che manca non è la coscienza. È la possibilità – storica, sociale, simbolica – di trasformare quella coscienza in azione politica. La guerra è percepita come una delle tante disgrazie inevitabili, come la malaria o la frana. E come lo Stato. Perché qui non c’è la macchina amministrativa che assorbe il male. C’è l’estraneità al politico. Il giudizio resta senza canale.

Se si tiene insieme questo triangolo – l’ordine amministrativo, la coscienza senza potere, la resistenza individuale dentro l’apparato – emerge una configurazione molto precisa. L’ingiustizia può così essere normalizzata dentro le procedure, riconosciuta, ma non politicizzata, oppure trasformata in conflitto pubblico quando riesce a esplodere nello spazio visibile. Ma nessuna di queste forme, da sola, garantisce la responsabilità.

È in questo quadro che diventa particolarmente eloquente, e torno al settimanale americano, la copertina del New Yorker del 12 gennaio 2026, intitolata Wintry Mix e illustrata da Harry Bliss. L’immagine è elementare: fuori, nella neve, una fila di persone in attesa; dentro, dietro una finestra illuminata, un gatto che dorme su un cuscino rosso. Il dispositivo visivo è costruito interamente sulla soglia. Non è tanto la contrapposizione tra povertà e benessere.
È un’asimmetria più sottile. Chi è fuori guarda dentro. Chi è dentro non guarda fuori. Il gatto dorme. Non ignora: semplicemente non è toccato.

La scena entra in risonanza con una frase pronunciata da papa Francesco nel 2016: «si provano sentimenti verso gli animali e si rimane indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli». La copertina non accusa l’amore per gli animali, mostra qualcosa di più inquietante e più contemporaneo: la possibilità di essere teneri senza essere giusti. Il gatto è innocente. Chi guarda, no.

Lo spettatore è portato istintivamente a identificarsi con la finestra, con la luce, con il calore. Non con la fila. I colori in casa sono vivi, brillanti; fuori è grigio. In questo senso l’immagine funziona come un piccolo esperimento morale. Non mette in scena un’ingiustizia spettacolare. Mostra la normalità dell’indifferenza. Il freddo fuori non è un evento, è un paesaggio stabile. Il gatto addormentato è una coscienza che può permettersi di dormire. Non perché sia cattiva, ma perché è separata.

Qui sta, a parer mio, il punto decisivo. Il problema politico centrale oggi non è la mancanza di empatia. È la sua selettività: ci riconosciamo spontaneamente nella parte protetta della scena, non in quella esposta. Nella finestra, non nella fila. È lo stesso meccanismo che permette, in contesti diversi e con esiti incomparabili per gravità, di continuare a lavorare in un’istituzione che produce danno, di continuare a timbrare atti, di continuare a scrivere pareri, di continuare a “fare il proprio dovere”, mentre la macchina cambia direzione, e magari vira verso l’indicibile.

La responsabilità individuale, in una società altamente amministrata, non si misura più nel gesto eroico. Si misura nella capacità – rarissima – di interrompere la propria funzionalità. Bartleby lo aveva già detto in una forma minimale e disarmante: «I would prefer not to».

Alla fine, il vero tema politico non è il male; è una bontà che non attraversa più la soglia. Una bontà che resta al caldo, dietro il vetro, illuminata, ordinata, innocente. E che, proprio per questo, smette di essere una forza capace di disturbare il mondo.

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