«Sono imbarazzanti, questi dati», mi scrive, a commento della mia condivisione di una notizia sulle retribuzioni dei dottorati di ricerca in Italia, una ragazza poco più in là con gli anni di quei dottorandi. Ed è la sintesi migliore: quelle retribuzioni (perché di questo si tratta, al di là della denominazione formale di “borse”, che finisce per strizzare l’occhio a una narrazione “nullafacentista” di chi studia) sono scandalosamente basse. Soprattutto se si considera che molti dottorandi, negli atenei italiani, mandano avanti interi dipartimenti.
Eppure, il dato è quello, certificato dai numeri raccolti dall’European Council of Doctoral Candidates and Junior Researchers e ripresi da SkyTg24: a fronte dei 58mila e 55mila euro l’anno che riconoscono ai dottorandi paesi come Danimarca e Germania, in Italia siamo appena a 16mila. Al di là degli irraggiungibili nordici, anche la Francia dà di più, con 26mila euro l’anno, come pure la Spagna, 24mila. Allora sì, sarà per mancanza di amor di patria e riconoscenza che molti laureati italiani infilano il notebook nel trolley e sorvolano le Alpi. Spesso per non tornare.
Perché si fa presto a dire che si sprecano i capitali investiti dallo Stato e dalle famiglie nella formazione, lasciando andar via i ragazzi dopo l’ottenimento della laurea. Però, quello delle retribuzioni dei dottorandi è un indicatore significativo di un problema ben più ampio. Dopo anni di sacrifici, tra affitti alle stelle e livelli di servizi che puntano decisamente in direzioni più modeste, pensare che per rimanere nell’ambito universitario o della ricerca sia necessario essere ricchi di famiglia, o comunque disposti a protrarre quei sacrifici per altri anni, non è un buon viatico, se si vuole convincere i ragazzi a non tentare la via dell’estero. (Che poi io, personalmente, e sia detto per inciso, non tenterei mai di convincerli a restare, anzi: il mondo è bello perché è possibile attraversarlo).
E non è soltanto una questione di retribuzioni insufficienti: è che, in questo modo, si finisce per selezionare chi può permettersi di fare ricerca prima ancora di selezionare chi abbia le capacità per farla. Il merito, di cui tanto si discorre, rischia di diventare un privilegio di quanti dispongono delle condizioni materiali per coltivarlo. Chi non le ha, indipendentemente dalle proprie capacità, è costretto a cercare altre strade. Anche fuori dall’università, prima ancora che fuori dall’Italia.
E c’è dell’altro. Perché alle difficoltà economiche si aggiunge l’eterna offesa di quei cognomi che uguali si ripetono sulle targhette alle porte delle varie facoltà. Alla selezione per censo rischia così di aggiungersi quella delle appartenenze e delle relazioni, che finisce per consolidare ulteriormente le disuguaglianze, premiando la continuità dei legami più che la circolazione delle competenze. Due problemi diversi, certo, ma che concorrono a produrre lo stesso risultato: un sistema che fatica ad aprirsi a chi non dispone già delle risorse, economiche o relazionali, per entrarvi.
«In quarant’anni, non sono a conoscenza di un singolo concorso di cui non si sapesse il vincitore prima. E non c’è un singolo docente che mi abbia mai smentito. […] In Italia, l’80% del personale docente ha fatto gli studi nella stessa università, contro una media europea del 55% e una media del 35% nel Regno Unito. Questo meccanismo di selezione ha avuto un impatto devastante sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento nelle nostre università». Sono parole del senatore Andrea Crisanti, pronunciate in aula a Palazzo Madama nel dicembre dello scorso anno. Da allora, l’attenzione ai problemi concreti degli universitari non sembra essere aumentata. Semmai, è cambiato il modo di parlarne.
Perché, mentre le condizioni materiali e le prospettive di chi studia e fa ricerca continuano a essere quelle che sono, una parte del dibattito pubblico sembra più interessata a discutere delle forme della protesta che delle ragioni che la alimentano. E continuano le criminalizzazioni di qualsiasi richiesta, nell’artata confusione delle giuste istanze con le inaccettabili violenze. Come se riconoscere la legittimità delle prime significasse necessariamente giustificare le seconde. E come se, una volta condannate le violenze, venissero meno anche i problemi che hanno portato tanti giovani a protestare.
Tanto, i laureati che hanno lasciato l’Italia negli ultimi cinque anni sono solo 100mila; cosa volete che sia?