C’è una frase che, più di molte altre, dice dove stiamo andando. Donald Trump, in una recente intervista al New York Times ripresa da ABC News, ha spiegato che l’unico vero limite al suo potere non è il diritto internazionale, non sono le istituzioni, non sono i trattati: è soltanto «la mia morale, la mia mente». Tradotto: non riconosco altra autorità al di fuori di me stesso. Nei giorni successivi a quella dichiarazione, incalzato sul punto, ha precisato di non aver «bisogno» del diritto internazionale, salvo poi aggiungere che tutto dipende da cosa si intende per diritto internazionale. Una precisazione che non attenua, ma semmai chiarisce il senso della prima affermazione: le regole valgono solo finché coincidono con la volontà di chi comanda. O, per semplificare, nella sintesi del Ministro degli esteri Tajani: sono importanti «fino a un certo punto».
In teoria del diritto, questa posizione ha un nome antico: legibus solutus. Il sovrano che non è vincolato dalle leggi. Il potere che non risponde a nulla se non a sé stesso. È esattamente ciò che le rivoluzioni moderne – inglese, americana, francese – avevano provato a seppellire: l’idea che il potere dovesse essere limitato da costituzioni, leggi, diritti: regole appunto superiori alla volontà del singolo. L’assolutismo non doveva più essere una persona, ma semmai una legge impersonale, uguale per tutti.
Dire “mi fermo solo con la mia morale” non è un’ingenuità né una boutade mediatica. È una dichiarazione politica precisa. Significa rimettere il mondo in una forma pre-moderna, quasi feudale: il potere come qualità personale, non come funzione. Non contano le regole, contano le intenzioni del signore. Non conta il diritto, conta il carattere del capo. Se è buono, bene per tutti; se è cattivo, peggio per tutti. Ma in ogni caso, nessuno può dirgli: ti stai sbagliando, perché stai violando qualcosa che è più alto di te.
Questa visione, però, non resta teorica. Diventa subito geopolitica. Lo si vede nella lettera che Trump avrebbe inviato al premier norvegese Jonas Gahr Støre, diffusa da più fonti internazionali (e ripresa integralmente da NDTV). In quel testo, il tema della pace, del Nobel e della sicurezza globale viene legato a una rivendicazione brutale: «Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia». Non un’analisi strategica condivisa, non una proposta multilaterale, ma un sillogismo personale: sicurezza uguale controllo, controllo uguale mio. In controluce, la lettera sembra dire: non mi avete dato il Nobel, allora mi prendo la Groenlandia. Più un bambino che porta via il pallone dal parco giochi che un capo di Stato. Solo che qui il “pallone” è un’isola grande come un continente, e la scenata non finisce con le lacrime, ma con le minacce.
Negli stessi giorni, alle parole si sono aggiunti i gesti: dichiarazioni pubbliche, immagini simboliche, pressioni economiche, allusioni a ritorsioni commerciali contro Paesi alleati. La Groenlandia non è più solo un’idea agitata in campagna elettorale o una provocazione estemporanea: è diventata un dossier aperto, una fonte di tensione diplomatica reale tra Stati Uniti, Danimarca, Unione Europea e NATO. È qui che la logica legibus solutus smette di essere una categoria teorica e si manifesta come prassi di governo.
Trump arriva a sostenere che la Danimarca non avrebbe un vero «diritto di proprietà» sulla Groenlandia, perché non esistono documenti scritti: ci sarebbe solo il fatto che «una barca è arrivata lì centinaia di anni fa». Ma, aggiunge, anche gli americani avevano barche che arrivavano da quelle parti. Quindi perché dovrebbe valere di più l’approdo di uno rispetto a quello di un altro?
È un ragionamento che sembra uscito da una disputa tra capi tribù: io sono arrivato, tu sei arrivato, quindi decide chi è più forte adesso. Non diritto, non storia condivisa, non istituzioni: solo forza, volontà e racconto di sé. Ed è qui che l’ironia diventa inevitabile. Perché lo stesso identico argomento – “siete arrivati con una barca” – potrebbe essere usato contro chi oggi rivendica l’America come “sua”. Anche lì, in fondo, c’erano navi che arrivavano, e non erano le prime.
Il punto non è fare archeologia morale. Il punto è vedere che, quando si butta via il diritto come limite, tutto torna possibile. Si può minacciare chi non si arrende. Si può usare l’economia come leva coercitiva contro alleati formali. Si può dire che un territorio non appartiene più a chi lo governa da secoli. Si può riscrivere ogni confine come se fosse una linea tracciata a matita, pronta a essere cancellata dal più forte.
L’idea moderna di politica nasceva da una paura molto concreta: che il potere personale fosse troppo pericoloso per essere lasciato a sé stesso. Per questo si erano inventati costituzioni, diritti, tribunali, trattati. Dire oggi “io rispondo solo alla mia morale” non è una provocazione: è una regressione storica. È tornare a un mondo in cui non ci si chiede più “è legale?”, “è giusto secondo le regole comuni?”, ma soltanto: “chi può impedirmelo?”.
E quando la risposta è “nessuno, tranne me stesso”, allora la Groenlandia non è più solo un’isola. È un sintomo. Un pezzo di mondo che mostra cosa succede quando il diritto smette di essere un limite e torna a essere soltanto un racconto. Un racconto che il più forte può sempre decidere di ignorare.