Il dolore del vero

«Perciò queste, cioè le arti che riguardano il corpo, sono occupazioni che convengono ad uno schiavo, servili e illiberali, mentre la ginnastica e la medicina sono, a giusta ragione, padrone di queste.
Ora, che queste stesse cose siano vere anche per l’anima, in certi momenti, mentre parli, mi pare che tu lo capisca, e, infatti, acconsenti come se intendessi quello che io dico; ma, poco dopo, vieni a dire che ci sono stati uomini onesti e buoni della Città, e, quando ti domando chi sono, tu mi metti innanzi uomini di tal genere, che, per quanto concerne la politica, mi fanno effetto come se, domandandoti, per quanto concerne la ginnastica, quali sono stati o sono i buoni curatori del corpo, tu mi nominassi, con tutta serietà, Tearione il panettiere e Miteco, quello che scrisse sulla cucina siciliana, o Sarambo l’oste, e mi dicessi che costoro sono stati mirabili curatori dei corpi, perché preparavano, l’uno, pani, l’altro, cibi e, l’altro ancora, vini
.
Ora forse te ne risentiresti se io ti dicessi: “Amico caro, tu non sei competente di ginnastica; tu mi nomini uomini che sono servitori e che procurano soddisfacimento ai piaceri, ma che non sanno quale sia il bene e il bello a questo proposito, e che, se capita, saziano e ingrassano i corpi degli uomini ricevendo lodi in cambio da essi, ma rovinano le loro carni, prima sane. Questi, poi, per ignoranza, non accuseranno coloro che li avranno rimpinzati di cibi di essere causa della malattia e della rovina delle loro carni, prima sane; ma, allorquando l’ingordigia, che è contraria a ogni norma di igiene, dopo qualche tempo, finirà per cagionare loro qualche malanno: ebbene, essi daranno la colpa a coloro cui toccherà di assisterli e dare consigli, li copriranno di ingiurie e faranno loro del male, se lo potranno, e loderanno, invece, quei tali di prima che sono, in realtà, vera causa dei loro mali. E anche tu, ora, o Callicle, ti comporti in modo assai simili a questi: elogi gli uomini che hanno imbandito loro i banchetti e li hanno saziati di tutto ciò che desideravano”».

Le parole di sopra sono quelle con cui Socrate si rivolge a Callicle (nel Gorgia, 518 A-E, ora in Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, 2000, pp. 923-924). Ed è un’immagine tanto semplice quanto crudele. Se mi chiedi chi sono i buoni medici del corpo, dice, e tu mi rispondi indicando panettieri, cuochi e osti – quelli che fanno mangiare bene, che saziano, che danno piacere – allora non stai parlando di cura, ma di compiacimento. Stai scambiando chi ti fa stare bene oggi con chi ti permette di stare bene domani. E quando, dopo anni di abbuffate, il corpo si ammala, non darai la colpa a chi ti ha rimpinzato: te la prenderai con chi prova a curarti, con chi ti impone diete, rinunce, discipline. Loderai i veri responsabili del tuo male e odierai chi cerca di salvarti.

Socrate dice a Callicle che questo vale anche per l’anima. E vale, oggi più che mai, per la politica.

Ci sono parole che fanno male. Non perché siano cattive, ma perché sono vere. Ci sono diagnosi che non consolano: mostrano i limiti del nostro modo di vivere, le contraddizioni del nostro benessere, i costi nascosti di ciò che chiamiamo “sviluppo”, “crescita”, “diritto a tutto”. Dire che non tutto è sostenibile, che non ogni desiderio può diventare norma, che certi stili di vita producono disuguaglianze, distruzione ambientale, fragilità sociale: tutto questo non accarezza, non lusinga, non promette. Ferisce. È il dolore del vero.

E allora accade ciò che, nell’opera di Platone, Socrate aveva visto con lucidità antica: preferiamo i cuochi ai medici. Preferiamo chi ci dice che va tutto bene, che possiamo continuare così, che non serve cambiare nulla. Preferiamo chi trasforma la politica in una cucina dell’anima: piatti ricchi di promesse, vini forti di risentimento, dolci di identità offesa. Purché non si tocchi ciò che siamo abituati a essere.

Gli imbonitori moderni non si limitano a dire “state bene così”. Aggiungono sempre un colpevole. Se qualcosa non funziona, non è mai perché il sistema è sbagliato, o perché le nostre abitudini sono insostenibili. È colpa di qualcuno: uno straniero, un’élite, l’Europa, un complotto, il passato tradito. Così la frustrazione trova uno sfogo, ma non una soluzione. La rabbia diventa carburante, non strumento di comprensione.

Chi prova invece a dire: attenzione, questo modello ha dei limiti; attenzione, certe sicurezze sono illusioni; attenzione, serviranno rinunce, trasformazioni, scelte difficili – chi dice questo viene percepito come nemico. Come il medico che prescrive la dieta. Come chi toglie il pane bianco e il vino dolce a chi si è nutrito solo di quelli per anni. Non viene visto come chi cura, ma come chi punisce.

E quando arrivano i sintomi – crisi economiche, disastri ambientali, tensioni sociali, perdita di senso – non si ricordano i cuochi. Si insultano i medici. Si accusa chi parla di limiti di essere “catastrofista”, “moralista”, “nemico del popolo”. Si dice che vuole farci soffrire, che ci toglie qualcosa. In realtà sta solo dicendo che non tutto ciò che piace fa bene, e che non tutto ciò che fa bene piace.

Il dolore del vero è questo: non consola. Non promette felicità immediata. Non offre colpevoli facili. Chiede di guardare in faccia ciò che siamo diventati e ciò che produciamo. Chiede di accettare che alcune libertà sono diventate dipendenze, che alcuni diritti sono diventati alibi, che alcuni sogni sono diventati macchine di distruzione lenta.

La politica che dice il vero non è politica della spensieratezza. Non è una politica che vince facilmente. Perché compete con chi distribuisce piaceri simbolici, con chi offre banchetti identitari, con chi sa saziare l’orgoglio ferito senza mai toccare le cause della ferita.

Ma senza quel dolore non c’è cura. Senza quella ferita non c’è guarigione. Continuare a scegliere i cuochi dell’anima significa solo rimandare la malattia, aggravandola. E quando il corpo politico starà davvero male, non basteranno più né slogan né nemici immaginari.

Allora forse capiremo quello che Socrate dice a Callicle: che la politica necessaria non è quella che piace, ma quella che fa bene. E che tra piacere e bene, troppo spesso, scegliamo il primo – e chi ce lo serve – anche quando sappiamo, in fondo, che ci sta avvelenando.

Questa voce è stata pubblicata in filosofia - articoli, libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.