Voleva il Nobel per la pace, ricordate? E si vantava di aver fatto finire sette guerre, numero fortemente simbolico, biblico, da profeta, potremmo dire. Per non parlare del conflitto in Ucraina, che sarebbe finito in ventiquattr’ore. Nel frattempo, per non perdere la mano, nel primo anno del suo secondo mandato ha sganciato bombe sull’Iran e ha festeggiato il Natale inviando i suoi aerei a consegnare doni esplosivi in Nigeria.
Tutti cattivi, si dirà. Certo, lo sono. Come non è un buono Maduro, catturato e portato a New York, lasciando a Caracas qualche decina di morti come biglietto da visita del nuovo anno. Tutti cattivi, nemmeno a dirlo. Le accuse contro il presidente del Venezuela sono di essere la guida feroce di un narcostato terroristico. Ma anche ricco di petrolio, e Trump ha tenuto a ricordare che, per il bene dei venezuelani, s’intende, gli Stati Uniti si occuperanno di gestire gli immensi giacimenti caraibici fino a data da definirsi. Nel frattempo, il Commander-in-chief ha minacciato anche Colombia e Messico, l’immancabile Iran e la sempre nemica Cuba. Tutti cattivi, ovvio. E la Groenlandia. In che senso, la Groenlandia?
Ora, che gli Usa esportino la democrazia, combattano il terrorismo e inseguano i narcotrafficanti «in tutto il globo terraqueo» (alte citazioni) è risaputo. Ma appunto per questo uno si stranisce leggendo il nome della grande isola artica, territorio danese. La Danimarca non la si immagina esattamente come uno Stato oppressivo e liberticida, tanto da dover liberare una sua parte dall’assurda oppressione. Né la Groenlandia ha il profilo della Tortuga di pirati e spacciatori. Persino sul piano della narrazione, questa scelta fa acqua da tutte le parti.
Così, nel frattempo, vengono meno i presupposti morali delle amministrazioni a stelle e strisce per poter salire sul palco della censura verso altri leader mondiali usi alle maniere spicce. In fondo, a Trump è riuscito col Venezuela quello che Putin probabilmente sognava di fare con Zelensky: prenderlo e rinchiuderlo a Mosca. E Xi? Il silenzio del gigante asiatico sembra piuttosto un modo per prendere appunti: cosa potranno mai dire da Washington – immagino commentino tra loro –, nel caso dovessimo fare con Taipei ciò che han fatto a Caracas, e prendere con la forza il controllo di uno Stato che, tra l’altro, gli americani (come quasi tutto il mondo) nemmeno riconoscono formalmente?
A questo punto, potremmo ora sognare in grande. Che sia l’Unione europea a ergersi a paladina del diritto internazionale, a spiegare, ai buoni e ai cattivi, che esistono delle regole e che vanno rispettate, altrimenti tutto finisce a scatafascio. A sanzionare i dittatori e fermare i terroristi, senza per questo cedere alle prepotenze che si pretenderebbe di combattere.
Come scrivevo qualche settimana fa, l’Ue è «l’unica realtà politica non imperiale per struttura e non aggressiva per definizione istituzionale», almeno tra quelle a cui non sono solo le dimensioni a consigliare cautela. Quanto servirebbe adesso una potenza sovranazionale capace di far valere le ragioni di una necessariamente rispettosa convivenza, pur nei suoi evidenti limiti e nelle sue troppe timidezze.
«Vedi, caro amico, cosa si deve inventare,/ per poter riderci sopra,/ per continuare a sperare».