Quello che osano le rondini

«Chi non andava in Francia non era mica gente, oh per carità, chi non andava in Francia non era pregiato. ‘Ndasìu ram e reis [Ci andavano rami e ramaglie, NdA], uomini e donne e bambini». Parola di Michele Giuseppe Luchese, nato a Roccasparvera, Cuneo, nel 1885, raccontate, ormai vecchio, nel 1970, a Nuto Revelli per il suo Mondo dei vinti (Einaudi, 1977, vol. I, pag. 72). Racconta di una miseria antica, in cui si andava oltre confine a piedi, a cercar lavoro, da quelle province che poi hanno conosciuto il benessere, e forse han dimenticato quello che furono i loro avi, non riconoscendone le sorti negli occhi di chi oggi patisce delle stesse sconfitte.

Sabato, risalendo in bici la valle Grana, non lontano dai luoghi del racconto di Luchese a Revelli, sono stato molto fortunato, scorgendo un’aquila volteggiare dalle creste sopra Castelmagno fino al limitare del bosco. Nobile, altera, con possenti ali e dal volo sicuro, l’aquila reale è un dono straordinario per gli occhi. Decisamente più modesti, nel pomeriggio, il cinguettio e il volo compulso delle rondini m’han tenuto compagnia, mentre leggevo in balcone. Imparagonabili, l’una alle altre. Eppure, con le sue grandi ali, l’aquila non azzarda voli più in là di qualche chilometro dal suo nido; le piccole propaggini piumate che a freccia si staccano dall’esile corpo della rondine, invece, due volte ogni anno, la portano oltre il Mediterraneo e il Sahara, per viaggi anche di dieci, undicimila chilometri. In fondo, la fortuna del corpo e del posto che l’aquila ha, la rondine deve guadagnarsela migrando, da un capo all’altro del mondo. In alto fra le cime, s’arrischia il rapace; la piccola passeriforme, che Linneo volle «rustica» nella sua classificazione, osa quello che, se ne avesse contezza, farebbe probabilmente tremar le vene degli artigli alla maestosa regale.   

Cosa voglio raccontare, con questa storia? È facile immaginarlo, ovviamente. Come il rapace, quale merito abbiamo noi, per le fortune di cui ci troviamo a poter godere, nel giro del nostro piccolo volteggio? E quali colpe deve scontare chi, come il piccolo migratore alato, per trovar di che sopravvivere, deve sobbarcarsi infiniti e ripetuti viaggi, rischiando tutto quel ha da rischiare, incontrando persino il nostro sospetto, quando non proprio disprezzo, le volte che riesce a non soccombere?

Soprattutto, cos’hanno insegnato a noi, le storie dei tempi di Luchese?

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E pagarli meglio?

La solfa, perché di questo si tratta, la conosciamo bene: «non hanno voglia di lavorare». Quante volte l’avete sentita? Tantissime, lo so. Solitamente, va in accoppiata con un’altra, tipo: «ai miei tempi…». Che spesso sono anche i miei, essendo ormai io un signore di mezz’età, e già quand’ero giovane, la sentivo ripetere, e prim’ancora, m’assicurano, era uguale. Così come quella dell’imprenditore, o sedicente tale: «io sì che ho fatto sacrifici, per arrivare dove sono». Ok, sentita pure questa.

Il fatto, ci racconta Rosaria Amato su Repubblica, questa volta riguarda camerieri, cuochi e barman; pure lì, le ragioni che vedono per la carenza di personale i soliti “solfisti” sono quelle usuali, con l’aggiunta del reddito di cittadinanza che complica la loro logica, rendendola contraddittoria. Infatti, se «preferiscono andare all’estero» è causa di diniego delle offerte lavorative nostrane, chiaramente cozza in ciò il presunto “bighellonaggio” indotto dalla misura di sostegno; se non hanno voglia a Treviso o a Caserta, perché dovrebbe venirgliene a Ibiza o Berlino, mi chiedo. Eppure, lontano dalla competenza dei tycoon nostrani emuli di Briatore, con decisa modestia la penso un po’ come Gianluigi Alessio, direttore amministrativo dell’Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Roma, delle cui parole dà conto l’articolo a cui accennavo: «Se le aziende ci chiedono ragazzi formati noi li segnaliamo, però se io ti mando un professionista e fai un contratto da 300 euro al mese non viene più, ecco perché se ne vanno all’estero». Per dire, per esempio.

Ed è storia vecchia, e per chi viene da dove vengo io, anche da sempre nota. Ricordo, anni fa, davanti al bar del paese in cui son nato, un ricco possidente terriero (no, non è definizione desueta; lui lo era davvero, nella posizione e nelle pose), lamentarsi di come non si trovassero lavoratori (non dico dicesse «braccianti», ma non è lontano, invero, da quanto credo pensasse), se non dovendo ricorrere a migranti, perché, la tesi così finiva, i locali preferivano andar a far gli operai in Veneto o in Germania. Gli astanti, benestanti e annuenti, condivano di aneddoti il suo racconto. Conoscendone uno, di quegli aneddoti, curiosamente legato all’azienda del primo, chiesi se, con nomi e cognomi, fosse giusto, a parer suo, pagare netti 20 € al giorno, poco più di 500 al mese.

Gli astanti annuirono un po’ meno, commisurando quel salario ai loro redditi. Lui farfugliò qualcosa in merito a contratti di settore, spese, tasse, e continuate voi l’elenco, che se pur non c’eravate, l’avrete di certo capito e sentito. Quelli che erano con me, o eran già partiti, per quell’estero o nord di cui si diceva, o l’avrebbero fatto di lì a poco.

Con sparse amarezze e ben pochi rimpianti.

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Sarò urticante

Sarò urticante, e me ne scuso con i miei ventiquattro lettori, ma oggi, giorno successivo al settantacinquesimo compleanno della Repubblica di questo Paese, non posso fare altrimenti. Non posso, e non riesco, perché mi sono capitati sotto gli occhi i sondaggi politici degli ultimi giorni, perché ho nella mente i risultati delle ultime politiche, perché penso a quello che, da quando ho l’età per ricordare, ho visto accadere. Andiamo con ordine.

I sondaggi ci dicono che Salvini e Meloni, in due, fanno mezz’Italia o poco meno. E ora possiamo dire che la colpa è di questi o di quegli altri, ma se uno vuole votare per loro, è perché per quello che dicono di voler fare ha preferenza. La metà degli italiani, o quasi, ha in mente un’Italia come quella che vogliono loro due. E non è che possiamo dire che sia colpa di Letta, Draghi o Renzi: vogliono quel Paese (quello strapaese, direi se ci fosse gusto per la citazione), perché proprio quello vogliono. Quello che urla di blocchi navali contro i disperati della terra, quello che mangia panini farciti per urlare il suo disprezzo verso chi ha fame, quello che dà un bersaglio al livore degli arrabbiati (i migranti, l’Ue, la “casta”, le élites, i partiti – e qui rimando ai risultati delle ultime politiche a cui facevo riferimento –, i sindacati, eccetera, eccetera, eccetera); tutto, pur di non affrontare e portare avanti un discorso sulle cause. E va bene, questo modo di fare, a quelli che strumentalmente lo utilizzano, traendone consensi e rendite di posizione. Ma va bene, o piace, anche a quelli che lo seguono e se ne lasciano sedurre; almeno fino al giorno in cui impatta con la realtà.

E lì, l’ultimo aspetto delle cose che, dicevo, ho visto altre volte accadere e ho letto accadute. In quel dì, le masse urlanti contro i diversi per pelle o tratti somatici, si diranno mai razzisti e vittime del raggiro dei capi, il popolo livoroso contro le «demoplutocrazie» correranno a festeggiare i liberatori proprio da quelle lande giunti, o i sostenitori fino all’imbarazzo del sistema che ha loro trovato il posto o l’appalto, lanciare le monetine che più non servono ai loro vizi per quelle vie già saziati.

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Il costo del nostro mondo nuovo

Nel lungo reportage di Nicolas Niarchos per l’ultimo numero del New Yorker (31 maggio 2021) sui lavoratori delle miniere di cobalto congolesi, gli spaccati duri, e a tratti decisamente violenti, che da quelle vicende emergono, sono un pugno nello stomaco, per noi che dei prodotti realizzati con il minerale argenteo dai bei riflessi azzurri godiamo, dai cellulari alle so trendy auto elettriche, che tanto ci fanno sentire in pace e in equilibrio con la natura e il mondo.

Se possibile, fra i tanti fendenti che quelle righe sferrano, quello nelle parole di Odilon Kajumba, uno dei lavoratori intervistati (minatore nell’area di Kolwezi, uno dei più importanti centri per il rame e il cobalto, nel sud della Repubblica Democratica del Congo, non lontano dal confine con lo Zambia), mi ha colpito più di molte altre importanti cose contenute nel lungo articolo. Parlando dei rischi e della pericolosità del suo mestiere, Kajumba ha detto a Niarchos: «To be scared, you must first have means». Per avere paura, devi prima avere i mezzi. Persino la paura diventa lusso, che lui e i suoi compagni non possono permettersi.

E siccome il servizio di Niarchos assesta decisi e convinti uppercut, è giusto che ce li prendiamo tutti. Riporto qui alcuni brani, che credo emblematici di tante cose dei nostri tempi (e credetemi voi se vi dico che non sono i pezzi più duri e dolorosi che ho letto in quelle pagine): «In Kolwezi, children as young as three learn to pick out the purest ore from rock slabs. Soon enough, they are lugging ore for adult creuseurs [“artisanal diggers” – “scavatori artigianali” –, nda]. Teen-age boys often work perilous shifts navigating rickety shafts. Near large mines, the prostitution of women and young girls is pervasive. Other women wash raw mining material, which is often full of toxic metals and, in some cases, mildly radioactive. If a pregnant woman works with such heavy metals as cobalt, it can increase her chances of having a stillbirth or a child with birth defects. According to a recent study in The Lancet, women in southern Congo “had metal concentrations that are among the highest ever reported for pregnant women.” The study also found a strong link between fathers who worked with mining chemicals and fetal abnormalities in their children, noting that “paternal occupational mining exposure was the factor most strongly associated with birth defects.” […] Children who work in the mines are often drugged, in order to suppress hunger. Sister Catherine Mutindi, the founder of Good Shepherd Kolwezi, a Catholic charity that tries to stop child labor, said, “If the kids don’t make enough money, they have no food for the whole day. Some children we interviewed did not remember the last time they had a meal.” Researchers estimate that thousands of children work in mining in Kolwezi alone […] The lives of most creuseurs are short and marked by suffering. Many have physical and psychological injuries from mine collapses and other accidents, and from violent confrontations with the police and the Army. Ziki, the former child creuseur, recalled an incident that took place when he was about twelve: “One Friday, we were sitting down, and soldiers came into the mine—they caught us. They threw us to the ground. They sprayed us with water and then began to whip us. We began to cry and ask for mercy. And we swore to them that we would never come again to this place.” […] I asked Ziki what he thought of people who profited from cobalt mining. “I have sadness in my heart when I think of people who buy the minerals,” he said. “They make so much money, and we have to stay like this.” When I told him that Americans paid more than a thousand dollars for the latest iPhone, he replied, “It really hurts me to hear that.”».

Quanto costa, questo nostro mondo nuovo?

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La tragedia del disinteresse per l’altro

«Strage dell’avidità», hanno titolato un po’ tutti i giornali, dopo il drammatico e doloroso incidente della funivia Stresa-Mottarone, in cui hanno perso la vita 14 persone. Non starò qui a ricordare i fatti, che fan già male per quanto sono stati commentati in questi giorni. E non dirò nemmeno che non è come scrivono i giornali, che cioè quella disgrazia sia stata il frutto dell’interesse e del profitto, al di là delle precauzioni e delle regole; in parte, è così. Ma solo in parte, perché, più in generale, credo che sia anche altro.

Quella tragedia (e lo è proprio nel senso classico) muove da un fenomeno radicato nell’animo delle nostre società e, temo, diffuso in quello di tutti noi che le componiamo: il disinteresse per l’altro. Nella sua radice profonda, la strage di quella funivia alpina non differisce da quelle delle imbarcazioni del Mediterraneo. In un caso e nell’altro, si raccolgono i frutti dell’egoismo, di esistenze limitate al proprio particolare e, appunto, del disinteresse per le sorti altrui. E siccome la tragedia è sempre un fenomeno complesso e segue solitamente svolgimenti complicati, l’immensità del dolore che si prova guardando a entrambe dimostra come, a quel demone, nessuno di noi può fuggire e tutti possiamo essere sacrificati.

Triste, infine, è la durata della compassione pubblica, che già sappiamo tutti limitata al tempo necessario a far arrivare su quelle stesse prime pagine dei giornali – o sulle nostre bacheche social – altre notizie ed eventi idonei a sollecitare la nostra indignazione e commozione, senza lasciarci però in dono la capacità di andare oltre quello che nel momento siamo portati, indotti a provare, senza che da questi sentimenti maturi una vera coscienza collettiva, e individuale, sulle reali cause dei problemi per cui piangiamo.

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Per parlare del resto

«Fedez può diventare il nuovo Grillo? E perché no? Siamo il Paese-guida della democrazia dell’intrattenimento, quello che per primo ha appaltato la politica allo spettacolo. Un quarto di secolo fa un partito fu fondato da un impresario della televisione, e vinse le elezioni. Tredici anni fa un partito nacque dagli show di un comico, e vinse le elezioni. Se è già successo, può succedere di nuovo. […] La moneta che usa Fedez è la stessa che usava Grillo: l’indignazione. Ce n’è sempre a disposizione in abbondanza nelle nostre società, un gran numero di persone che pensano di vivere nel peggiore dei mondi possibili e che sanno perfettamente di chi è la colpa: dei loro avversari politici. […] Non ci si indigna mai contro quelli che la pensano come te. Ed è perciò che alla lunga, in assenza di banche che la investano, la moneta dell’indignazione si inflaziona. La si spende in quantità sempre maggiori, ma ci si comprano sempre meno cambiamenti reali. L’evoluzione dei Cinquestelle da questo punto di vista è emblematica: se non si trasforma in politica, la rabbia non può fare altro che divorare se stessa. In fin dei conti anche Salvini è nato come un influencer: con le sue felpe, i suoi meet-up e i suoi video su Instagram. La legge dello spettacolo voleva che trovasse prima o poi un antagonista. Magari l’ha trovato in Fedez».

Il riassunto di sopra è del corsivo di Antonio Polito sul Corriere di ieri. Non si tratta di essere d’accordo su quello che lui pensa a proposito delle parole del rapper dal palco del concertone del primo maggio (nota per i pedanti: sottoscrivo la difesa fatta da Fedez, del Ddl Zan e dei diritti civili, parola per parola, nel merito di quello che ha detto, non nel principio di libertà di espressione senza limiti generalmente invocato e rivendicato; anche perché, il tema di cui si dibatte è anche quello per cui non esiste la libertà assoluta di dire tutto quel che si vuole). Si tratta qui di discutere del resto: andandogli dietro o contrastandolo, la politica istituzionale si è dimostrata, per usare ancora le parole del commentatore di via Solferino, «subalterna all’egemonia culturale di Fedez». Parlando per la parte a cui guardo e dei loro nuovi alleati, mi ha un po’ intristito vedere la corsa a schierarsi col cantante e contro i vertici Rai, da chi pure, quei vertici, ha nominato o nominerà. Soprattutto, in una condizione in cui, fattivamente, era Fedez ad andare a ruota di un provvedimento già incardinato nella discussione parlamentare grazie proprio all’azione di quelle forze politiche, non il contrario.

Ma tant’è. Così, oggi, ci troviamo partiti politici separati dal giudizio su Fedez, sindacalisti che stigmatizzano il parco macchine della star, opinionisti che lamentano, invidiandone i numeri, la confusione fra like e consenso. Il rischio è che non si parli del contenuto delle parole, quanto piuttosto del timbro della voce con cui son dette. E auguri a tutti, ché questo rischio sia solo il non capire i tempi moderni di un uomo di mezz’età, che magari potrebbe esser associato al nonno dell’attuale icona pop, e non tanto per mere questioni di origine geografica.

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Ne erano convinti

«Io ho i rimorsi che può avere qualsiasi essere umano che abbia ucciso 30 persone, se questo le pare normale. Attenzione, forse sarebbe stato diverso se fosse avvenuto durante una battaglia con l’alternativa “o io, o lui”, no? Ma pensi che io ho ucciso in modo particolare: ho buttato giù dall’areo gente addormentata, che non sapeva nemmeno chi la uccideva. Com’è potuto accadere? Prima di tutto eravamo assolutamente convinti di ciò che facevamo. Insomma, sarebbe mentire dire in questo momento: “io ho obbedito agli ordini perché sono stato costretto”. No, non è così. È talmente vero ciò che dico che credo che vi siano stati uno o due ufficiali della Marina che si rifiutarono di obbedire. Eravamo convinti. Non so se come conseguenza di ciò che il Paese viveva in quegli anni, o perché avevamo subito, come dicevano alcuni, “il lavaggio del cervello”. In realtà, eravamo convinti che stavamo facendo quello che si doveva fare. La storia ha dimostrato che è stata un’aberrazione, una mostruosità. Il fatto reale è che è stato terribile ciò che abbiamo fatto. Ma questo in nessun modo ci può far dire, oggi, che siamo stati costretti; ne eravamo convinti. Se eravamo mentalmente malati, se eravamo impazziti, non lo so».

Le parole riportate sopra sono di Adolfo Francisco Scilingo, capitano della Marina argentina, tratte dalla puntata della trasmissione di Paolo Mieli Passato e presente sulla dittatura di Videla nel paese sudamericano (minuto 13, se vi va di ascoltarle). E credo che siano parole significative, importanti. È una delle poche volte, e fatico a ricordare altri casi, in cui il protagonista di azioni aberranti e criminali non si trincera dietro l’assolutorio «eseguivo solamente gli ordini» che da Norimberga in poi è tristemente noto. No, lui ammette che le decisioni sono state sue, soltanto sue, assunte in piena libertà e convinzione. Non le rivendica, attenzione, non dice che erano giuste. Si condanna da sé, per quelle, e non cerca assoluzioni nella deresponsabilizzazione per il ruolo comunque subordinato. Ci dice, in sostanza, che poteva fare diversamente, ma non lo fece. E come lui, ovviamente, potevano fare gli altri, tutti gli altri che materialmente hanno compiuto quei crimini. Ma non lo fecero.  

C’è una frase di Karl Stojka, internato prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Flossenbürg, che credo aiuti a spiegare quello che voglio dire: «Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, ad uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore». Perché è quello che successe: credettero davvero di poterlo fare, e lo fecero credendo che fosse giusto e necessario farlo. Le costrizioni non sarebbero valse, se loro non fossero stati già convinti di quello che stavano per mettere in atto.

Forse è un’esagerazione letteraria, quella di Tolstoj, quando, riflettendo alla fine delle pagine di Guerra e pace, vedeva addirittura nella marcia e nell’avanzata dei seicentomila fanti napoleonici verso oriente una somma di azioni indipendenti dagli ordini dai singoli ricevuti, ma un destino ineluttabile di quell’umanità, dato dalla somma delle singole volontà, coincidenti in quell’aspetto e in quella visione di dominio e sopraffazione del nemico. Di certo, non si può sorvolare sul fatto che, se ognuno di quei soldati, a quegli ordini, avesse risposto come il Bartleby di Melville, mettendo in pratica nella disobbedienza, invece che obbedendo, il proprio diritto di scelta, Napoleone in Russia avrebbe al massimo potuto recarsi da turista.

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L’egoismo come il mare di nebbia dinanzi a viandanti isolati

«Essenziale in questa fase sarà la tenuta del tessuto civile, una solidarietà nazionale non declinata in astratte formule parlamentari ma sentita davvero tra la gente. Ed è questo, forse, il gradino meno robusto della scala su cui stiamo risalendo. […] La gran confusione creata (e in parte anche subita) dalle Regioni su fasce e categorie da vaccinari, con annessi furbetti e “saltafila” stigmatizzati da Draghi, non ha certamente migliorato la nostra coesione. […] Il pericolo di questa primavera è, a guardar bene, proprio lo scollamento: il ristorante aperto, che accetta di rischiare la multa, sulla stessa strada del ristorante chiuso, che obbedisce alle leggi. Tutti contro tutti, infine, isole contro litorali costieri, anziani contro giovani, regioni contro regioni, pianerottoli contro pianerottoli: l’effetto collaterale e forse più tossico del virus, da scongiurare a ogni costo». Goffredo Buccini, Corriere della Sera, martedì 13 aprile 2021.

Mi trovano in forte accordo, le parole di quell’editoriale qui citate. L’ho scritto in altre occasioni che ho passato molto tempo nei miei anni giovanili sulle riproduzioni delle opere di Friedrich. E la più nota di quelle uso qui ora. Quell’uomo di spalle poggiato al suo bastone a rimirar valli e monti in lontananza, l’ho sempre immaginato con uno sguardo melanconico. Oggi, a pensarci, glielo attribuisco del tutto triste e sfiduciato, se al di sotto della roccia su cui sta pongo il mondo odierno nel suo manifestarsi.

«Facile dire di stare a casa, al sicuro di stipendi garantiti», scrivono gli autonomi manifestanti. «E allora voi, evasori continui e cospicui», rispondono gli stipendiati in difesa. Si chiudano i bar; si aprano i ristoranti; no, chiudete le piscine; giammai, aprite le librerie; è colpa degli autobus colmi d’inverno; tutt’altro, delle discoteche riempite d’estate; io dico di chiuder tutto perché penso agli altri; al contrario, lo dici perché stai al caldo e hai solo paura d’ammalarti. Vaccinate prima questi. No quegli altri. E così prosegue, la lotta dei miei pari. Che dovremmo farci classe e chiedere che a pagare siano i più ricchi, certo, ma che potremmo dar corso alla solidarietà partendo da chi tra noi può per primo, da me fra questi, se non è passibile ciò d’esser processato e condannato per presunti «sensi di colpa da sacrestia».

E no, non ditemi che la solidarietà, se si vuole, la si fa da soli (che se la facessi o meno non ne parlerei certamente in pubblico, nemmeno con voi, pochi miei lettori), perché non è di quel tipo di solidarietà che parlo. Parlo di una sorta di mutuo soccorso, se è veramente di un ceto medio quale classe potenziale che vorreste si parlasse. E parlo del fatto, e qui è solo morale, convengo, che non me la sento del tutto di pretendere da un altro che paghi di più perché insieme ad altri, ma non lui, si ritiene giusto che lo faccia, mentre al contempo e potendo, il mio piccolo in più non lo do, per quanto nessuno mi dica che dovrei.

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Tutt’al più, Pinocchio

«Devo dirle che non mi ha mai convinto il tentativo di attualizzare personaggi ed epoche storiche diverse. Eviterei, quindi, analogie tra l’Italia di Dante, uomo del Medioevo, e l’Italia di oggi. Ci separano settecento anni, un tempo incommensurabile. […] Io credo che l’universalità e, insieme, la bellezza di Dante vadano ricercate proprio nella particolare attitudine di penetrare nel profondo nell’animo umano, descrivendone in modo coinvolgente moti, sentimenti, emozioni. I vizi che Dante descrive – la tendenza al peccato, secondo la sua concezione filosofica e religiosa – sono gli stessi dall’inizio della storia dell’uomo: avidità, smania di potere, violenza, cupidigia… La Commedia ci attrae, ci affascina, ci interroga ancora oggi perché ci parla di noi. Dell’essenza più profonda dell’uomo, fatta di debolezze, cadute, nobiltà e generosità. Basta pensare ai tanti passi della Divina Commedia entrati nel lessico quotidiano e che utilizziamo senza sapere, sovente, che provengono dai suoi versi».

Quelli riportati sopra sono alcuni brani della conversazione che Sergio Mattarella ha avuto con Marzio Breda, per il Corriere della Sera di giovedì 25 marzo scorso. Il presidente della Repubblica è uomo colto, ha letto Dante per davvero e sa pure che «totus politicus» può anche essere una definizione limitativa, dell’orizzonte interpretativo che ci diamo. Per questo, le sue risposte in quel caso, sono perfette e precise: la Commedia è viva e presente perché parla dell’uomo. Inoltre, aggiungerei, pure l’idea di fare di Dante il campione del senso della patria italiana mi pare un po’ forzato, se pensiamo che immaginò «altrui» persino le terre romagnole o venete. Di sicuro, trovo difficile immaginare Dante quale rappresentante dell’italianità odierna: il poeta fu uno che, per dirla ancora con le parole di Mattarella a proposito del rifiuto dell’Alighieri a scambiare il perdono necessario al suo rientro a Firenze con la menzogna, «è mosso dalla convinzione, altamente, morale, che andare contro la propria coscienza renderebbe effimero il risultato ottenuto». Fiorentino per fiorentino, credo che più che i gesti di Dante, siano le parole del Guicciardini a descrivere l’Italia di oggi. Così come, toscani per toscani, è la penna di Collodi ad aver meglio caratterizzato il tipo nostrano. No, nessun giudizio sprezzante; di seguito, proverò a spiegare, lasciandomi aiutare dalle parole con cui di Pinocchio parlava Raffaele La Capria (in una conversazione, ora in Il Sentimento della letteratura, False partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237, dal titolo Pinocchio, l’italianissmo).

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”».

Parlava in quel modo di Pinocchio, l’intellettuale partenopeo, e ci parla ancora di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Come la legge Raffaele La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nascesse e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

Filopolitica, forse pure per considerazioni simili, ha bisogno di una pausa. Lunga o breve, saranno i casi a determinarlo. Nel frattempo, ai «miei venticinque lettori» (lasciatemi la citazione di un altro che, due secoli prima, ha colto alla perfezione le dinamiche su cui ancora l’oggi si articola e si muove), auguro buone feste pasquali. A me, di trovare altre, e tante, pagine e parole con cui riempire il vuoto che il moto di ricerca sempre scava.

A presto

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E allora, perché ora state con l’altro?

C’è una tesi che spesso sento ripetersi, nei discorsi di molti politici di sinistra che fanno parte della maggioranza che sostiene Draghi. Per riassumerla e per darle un nome, lo farò con un esempio. Durante la puntata di Di Martedì, su La7, dello scorso 23 marzo, replicando alle osservazioni di Sallusti in merito alle differenze fra i governi Conte e Draghi, Bersani ha detto: «Il giorno che è andato via Conte eravamo al pari con Francia e Germania sulle vaccinazioni. Non so come siamo messi oggi, vediamo se stiamo peggiorando o migliorando».

Ora, è chiaro, nel tono delle parole del leader di Articolo Uno, come il giudizio espresso propenda per una valutazione nettamente migliore sull’esperienza di governo precedente rispetto a quella attuale. Anzi, parrebbero, quelle parole, sottolineare un certo rimpianto, meglio, una valutazione negativa dell’odierna situazione. Se sia meglio o peggio adesso rispetto a prima, non è tema di questo post. Quello che qui mi chiedo, invece, e soprattutto chiederei a loro, è: e allora, perché state con Draghi? Insomma, dico, non era mica obbligatorio che Speranza facesse ancora il ministro. Ma facendolo, non so con quanta intenzionalità, certifica che questa soluzione individuata, quella del tutti insieme sotto l’ala di Draghi, è esattamente quello che serviva al Paese e, di contro, la precedente non lo era.

E vale anche per tutti quelli che hanno votato la fiducia in Parlamento, come per i tanti che, a loro volta, la fiducia la ripongono nei partiti a cui gli stessi appartengono. Lo so, può sembrare un ragionamento un tagliato po’ con l’accetta, come si suol dire, però, prima o poi, qualche conseguenza, dalle parole che si dicono, persino in politica la si dovrà pure trarre: se qualcosa non piace, non si fa.

Non è che si può sempre esprimere i ministri e poi dire che non è il governo che si vuole.

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