Non restate a casa

«Come presidenti della Repubblica, chiediamo ai nostri cittadini di prendere parte a questa ​decisione e di andare a votare! Vediamo nel mondo sfidati, se non apertamente minacciati, i valori fondamentali del pluralismo, dei diritti umani e dello Stato di diritto, i nostri valori. […] I nostri tre paesi sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra. La storia insegna che, dove viene meno la democrazia, l’umanità e la ragione politica vengono soffocate. […] Non sorprende che coloro che mettono in dubbio i principi democratici di base mettano in dubbio anche il progetto europeo».

Non è usuale che tre capi di Stato firmino una dichiarazione congiunta per delle elezioni. E forse quella che hanno firmato Sergio Mattarella, Frank-Walter Steinmeier e Alexander Van der Bellen, rispettivamente presidenti delle repubbliche italiana, tedesca e austriaca, è in effetti un po’ di più di una semplice dichiarazione; è un appello, un’esortazione, azzarderei, una preghiera: non restate a casa, andate a votare! Ed è un invito che faccio mio. Casuale non è nemmeno la circostanza che vuole loro, e non altri, quelli che han sentito il bisogno di rendere pubblica una simile chiamata. Per l’oggi, sicuramente, ma soprattutto per l’ieri. Lo scrivono: «I nostri tre paesi sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra».

Lo sappiamo anche noi, per questo, stavolta più che in altre, non possiamo esimerci dall’andare a votare. E votare per contrastare, riprendendo le parole dei tre presidenti «coloro che mettono in dubbio i principi democratici», che non si possono ridurre al «the winner take it all», che suona bene solo in una canzone pop, non certo nella gestione della cosa pubblica, e che non possono che sostanziarsi in una maggiore apertura verso l’altro e disponibilità al confronto, al dialogo, allo scambio, pure attuando le «limitazioni di sovranità necessarie», come recita la Costituzione italiana (art. 11), al percorso di condivisione dei destini tra più Stati.

E nel caso specifico di queste elezioni, per chi vuole più integrazione per rafforzare, non per sminuire o indebolire, «il progetto europeo». Perché, col passare del tempo e dei miei anni, come Ernesto Rossi (da una sua lettera alla moglie, scritta nel novembre del 1937 dal carcere di Regina Coeli, dove era stato rinchiuso dal regime per la sua attività antifascista, ora in in E. Rossi, «Nove anni sono molti». Lettere dal carcere 1930-1939, a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri, 2001, lett. cit. a pp. 632-634), «non so più pormi alcun problema politico se non dal punto di vista generale europeo, ed ogni mio giudizio sugli avvenimenti riferisco sempre specialmente all’avvenire possibile degli Stati Uniti d’Europa».

Allora, davvero, l’8 e il 9 giugno, non restate a casa; andate a votare.

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