Le riforme costituzionali con la spranga

«Il premierato è una riforma necessaria in Italia. O la va, o la spacca: ma nessuno mi chieda di scaldare la sedia o stare qui a sopravvivere». Così Giorgia Meloni, durante il Festival dell’Economia di Trento, parlando della riforma costituzionale in corso di discussione alle camere, che è già diventata, nelle parole della premier, la battaglia della vita per la sua concezione della politica. Dove l’ho già sentita, questa storia?

Più che soffermarmi qui (ripromettendomi di farlo prossimamente) sulla riforma Meloni-Pupo-Zanicchi, canta La Russa, è il modo in cui è posta la questione che offende, per evocare il Poeta. Non è una novità, d’altronde, che qualche presidente del Consiglio presenti la sua visione delle cose quale aut-aut (e proprio sulla Costituzione, l’ultima volta in cui tale schema fu usato, non è che finì proprio benissimo per chi lo propose; che sia d’auspicio anche ora?). Ciò nonostante, lo vedo un limite dell’agire politico, non un punto di forza. Ancor più quando tale schema è giocato sulla riforma delle regole comuni della vita civile di un Paese, cosa che appunto è la Costituzione. La Carta, al di là dei suoi principi fondanti, che devono rimanere quali bussola fissa di ogni intervento – e in questo caso, sinceramente, ci vedo già alcuni angoli di frizione con il disegno del premierato – è e dovrebbe continuare a essere il punto di mediazione continua tra visioni persino opposte, che proprio e principalmente su quel terreno cercano un modo per convivere. Dire «o la va, o la spacca» è esattamente il contrario di quello che passa sotto il nome di “spirito costituente”.

Tanto poco costituente che la stessa Meloni, pochi giorni dopo, nei più comodi salotti Rai, ha già fatto marcia indietro rispetto agli esiziali propositi trentini. Ovvio, il tono è sempre da donna forte al comando, ma la retorica più consona alle di lei tradizioni, con quel «chissene importa» che ricorda i motti del Pescarese ripresi nei fasti verbosi di altre stagioni, lontano dallo «spacca» di longobarda derivazione (che tanto sembra porgere il destro alle intemerate ironiche di qualche bravo divulgatore storico), e la sostanza maggiormente in linea con l’orizzonte da sempre non già costituente, ma costitutivo d’un certo modo dell’italico far politica, a cui la nostra par aver dato piglio, a partire dalla lottizzazione e passando per la familiarizzazione: «meglio tirare a campare che tirare le cuoia».  

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