Perché non li fermiamo quando è tempo?

«Nerone è un uomo “cattivo” solo agli occhi dei “buoni”; ai miei occhi egli non è altro che un ossesso, come i buoni stessi. I buoni vedono in lui uno scellerato e lo spediscono all’inferno. Perché niente lo ostacolò nei suoi capricci? Perché si tollerarono tante cose? Ma erano forse i miti Romani, che permisero a un tale tiranno di bloccare ogni loro volontà, migliori anche solo di un capello? Nell’antica Roma lo si sarebbe giustiziato istantaneamente, non si sarebbe mai diventati suoi schiavi. Ma i “buoni” tra i Romani di allora gli opposero soltanto l’istanza morale, non la loro volontà; sospiravano per il fatto che il loro imperatore non rendesse omaggio alla moralità come loro; ma essi stessi rimanevano “sudditi morali”, finché da ultimo uno non trovò il coraggio di buttare all’aria “l’obbedienza della sudditanza morale”. E allora gli stessi “buoni Romani”, che come “sudditi ligi” avevano sopportato ogni ignominia della mancanza di volontà, esultarono per l’azione sacrilega del ribelle. Ma dove stava, nei “buoni”, il coraggio della rivoluzione che adesso elogiavano, dopo che l’aveva avuto un altro? Questo coraggio i buoni non potevano averlo, perché una rivoluzione e addirittura un’insurrezione è sempre qualcosa di “immorale”, a cui ci si può risolvere solo quando si cessa di essere “buoni” e o si diventa “cattivi” o – nessuna delle due cose».

La lunga citazione è tratta da L’unico e la sua proprietà, di Max Stirner (Ed. Bompiani, 2018, pp. 163, 165). Non leggevo le pagine dell’incontenibile anarchico dagli anni dell’università (ricordo ancora il vecchio Adelphi preso in biblioteca allora, niente a che vedere con l’edizione con testo a fronte che ho acquisito di recente, però, vuoi mettere il fascino della carta già consunta e, forse, il bello delle scoperte a vent’anni – piccola nota personale). Quelle sue osservazioni su Nerone, però, me ne hanno fatte venire in mente altre, scritte da Adam Gopnik sul New Yorker del 18 marzo scorso. Nel recensire il volume dello storico Timothy W. Ryback, Takeover: Hitler’s Final Rise to Power (Ed. Knopf, 2024) – cronaca puntuale e dettagliata del 1932, anno in cui Hitler, sostanzialmente, più che prendere il potere se lo vede consegnare dagli altri protagonisti della vita pubblica tedesca – la firma del settimanale newyorkese scrive: «Ryback details, week by week, day by day, and sometimes hour by hour, how a country with a functional, if flawed, democratic machinery handed absolute power over to someone who could never claim a majority in an actual election and whom the entire conservative political class regarded as a chaotic clown with a violent following. Ryback shows how major players thought they could find some ulterior advantage in managing him. Each was sure that, after the passing of a brief storm cloud, so obviously overloaded that it had to expend itself, they would emerge in possession of power. The corporate bosses thought that, if you looked past the strutting and the performative antisemitism, you had someone who would protect your money. Communist ideologues thought that, if you peered deeply enough into the strutting and the performative antisemitism, you could spy the pattern of a popular revolution. The decent right thought that he was too obviously deranged to remain in power long, and the decent left, tempered by earlier fights against different enemies, thought that, if they forcibly stuck to the rule of law, then the law would somehow by itself entrap a lawless leader. In a now familiar paradox, the rational forces stuck to magical thinking, while the irrational ones were more logical, parsing the brute equations of power. And so the storm never passed. In a way, it still has not».

In sintesi, tra chi sottovalutò il leader nazista, quelli che pensavano di poterne comunque trarne vantaggio, capitani d’industria che, al di là dell’antisemitismo, vedevano in lui qualcuno che avrebbe protetto i loro soldi, ideologi comunisti che, addirittura, scorgevano in profondità, nell’antisemitismo, il modello di una rivoluzione popolare (perché non era mica solo la canaglia nazista a vedere negli ebrei la personificazione del male finanziario che opprimeva gli onesti lavoratori), la destra perbene che immaginava che sarebbe durato poco e la sinistra perbene che pensava che, se ci si fosse attenuti allo stato di diritto, la legge, in qualche modo, avrebbe potuto intrappolare questo attore politico senza legge. I risultati sono noti.

La domanda che aleggia anche nel caso di Hitler è la stessa che si poneva Stirner nel suo esempio di Nerone: perché non li si ferma quando si è in tempo? Anzi, perché non facciamo niente allora? Dove sono i “buoni”, dove il loro coraggio? C’è un parallelo, tra le casistiche elencate da Gopnik partendo dal libro di Ryback e la risposta che si dà Stirner nel brano citato: il primo ricorda la «decent left» tedesca degli anni ’30 convinta di poter risolvere il nazismo nell’alveo degli strumenti dati dalla legge; il secondo ci dice che “i buoni” non trovavano il coraggio necessario a fermare Nerone «perché una rivoluzione e addirittura un’insurrezione è sempre qualcosa di “immorale”, a cui ci si può risolvere solo quando si cessa di essere “buoni”».

L’elenco di quelli che ci provano è lungo, lo so; però è sempre redatto dopo. Così come dopo, a loro, a quanti han trovato la forza, come dice Stirner, di buttar via «l’obbedienza della sudditanza morale» e agire per quello che si doveva, è riconosciuto l’onore al coraggio; ma nel mentre, perché non si agisce, perché non agiamo, pure solamente con il rifiuto a partecipare all’errore collettivo, con un no, foss’anche gentile nella fermezza come quello dello scrivano di Melville?

E non è solo di storia che sto scrivendo.

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