«Il partito dei risentiti»

«Proprio la liquidazione aprioristica di ogni alternativa, tacciata di deriva autoritaria, o percepita come illusione chimerica, apre le porte alla compensazione fantasmatica del risentimento che, con un colpo di bacchetta magica, immagina di dominare i dominatori. Sotto questo aspetto il risentimento è una rivolta sottomessa. Si riduce infatti a un tentativo, a sua volta alienato, di superare l’alienazione, una scorciatoia per rovesciare i rapporti di forza. La scintilla della rivolta si accende e si spegne in pochi attimi. La coscienza fugace del dissenso lascia il posto al conteggio dei benefici immediati. Il risentito finisce così per accettare il mondo che vorrebbe esorcizzare e, a dispetto di tutto il suo orgoglio rancoroso, si sottomette al sistema odiato, si umilia rendendo un omaggio mal dissimulato a quei valori egemoni che pretendeva freneticamente di invertire. La metamorfosi ultima è il passaggio dall’animosità intransigente alla rassegnazione amara o, secondo la sorte più o meno benevola, all’acquiescenza dimentica e spensierata. Ecco perché il partito dei risentiti è destinato a erodersi e scindersi continuamente a causa delle ripetute defezioni, dei calcoli interessati».

Così Donatella Di Cesare, nel suo Il complotto al potere (edizioni Einaudi, 2021, pag. 54). E in effetti, sembra spesso effettivamente quello, un partito di risentiti, ciò che protesta contro non sai bene cosa, che s’industria a inventare scenari complottistici per ogni singolo accadimento, che ha risposte sempre pronte e le più varie e contorsionistiche, per fatti che, a guardarli con serenità, nascondono ben poco su quello che sono. Ma più di ogni altra cosa, quello che non mi spiego è un aspetto differente di questo fenomeno. Concordo con la Di Cesare quando li definisce risentiti: ma m’interrogo sul perché, sul motivo per il quale lo siano. E sinceramente, in fondo e per questioni davvero importanti, non riesco a trovare ragioni per questo sentimento.

Nelle scorse settimane, siamo stati colpiti al cuore dalla foto del piccolo Mustafa, il bambino profugo siriano nato senza arti in per gli effetti diretti e indiretti del gas nervino ha investito la madre in gravidanza durante un bombardamento nella guerra siriana, tenuto in braccio dal padre, Munzer El Mezhel, anch’egli privo di un arto, e scattata da Mehmet Aslan in un campo profughi in Turchia. I due, nella foto, sorridono. Poi ho visto le immagini dei vari cortei dei giorni scorsi: rabbia, volti tirati, rievocazioni senza criterio dei periodi peggiori della storia dell’umanità, insultanti paragoni fra la situazione di oggi e quella di allora. Risentimento, appunto. Per cosa? Non credete che Munzer e Mustafa e la loro famiglia abbiano qualche ragione in più? Eppure, loro, in quella foto, sorridevano, e con quel sorriso parlavano al mondo intero di speranza. Di cosa parlano i volti tristi e truci visti nelle nostre comode piazze?

Non saprei dirlo. E temo anche altro. Sempre Donatella Di Cesare, questa volta in un articolo sulla Stampa del 12 ottobre, a proposti delle manifestazioni che portarono all’assalto alla sede romana della Cgil: «In piazza a Roma erano migliaia, non una minoranza scalmanata, bensì la punta dell’iceberg che va emergendo: un serbatoio losco, una riserva di pulsioni identitarie, negazioniste e complottiste, la fucina della destra che durante la pandemia si è ampliata e consolidata. Non è gente spinta dai disagi economici o dalla rabbia sociale. Chi ha problemi di lavoro, di casa, di sopravvivenza non ha tempo né energie per scendere in piazza contro il vaccino. Perché di questo si tratta – il pass è solo un velo ipocrita. Questa fucina, che pullula di impulsi oscuri, di risentimenti etno-egoici, di rivendicazioni vittimarie, è costituita da una parte cospicua della popolazione. Non centinaia di migliaia, bensì – come indicano le statistiche sui vaccini – qualche milione. È questa, per vocazione, la fucina della reazione. E forse dovrebbe allarmare anche più di Forza Nuova. Perché finora mancano gli strumenti di analisi e, anzi, manca proprio una riflessione su questo fenomeno che non si può liquidare con due battute, ricorrendo a vecchie e inservibili categorie politiche».

Penso anch’io lo stesso, di quelle categorie; però non saprei ancora indicarne di nuove.   

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