Assistenzialismo agli altri, contributi per sé

Il messaggio può differire un po’ nei toni, nelle parole o nelle circostanze. ​Ma l’approccio di fondo, il tema su cui si basa, è sostanzialmente sempre lo stesso: i soldi che vanno a me, sono il giusto riconoscimento per un lavoro svolto o il necessario, e dovuto, supporto per l’azione che devo accingermi a svolgere; quelli che vanno agli altri, sprechi, sussidi, inutili e improduttivi dispendi che frenano l’altrimenti gioiosa e irresistibile crescita del Paese. Un modo squallido di leggere la realtà.

Replicando indirettamente alle parole del presidente degli industriali Bonomi, che, nel chiedere al Governo una revisione dei fondi e dei canali di sostegno ai settori e alle categorie in difficoltà, aveva chiesto di scongiurare quella che ha chiamato la deriva verso la trasformazione del Belpaese in un «Sussidistan», con troppo assistenzialismo e poca innovazione, durante la trasmissione Otto e mezzo, su La7, Bersani ha chiosato con una efficace battuta: «in Italia, in genere, si chiama assistenzialismo i soldi che vanno agli altri». Lo stesso concetto, con parole e formule di poco variate, lo ha espresso il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, che sull’argomento ha twittato: «Quando li prendono gli altri si chiamano sussidi. Quando li prendi tu, contributi alla competitività». E Bersani e Orlando non hanno tutti i torti: siamo sempre quel popolo (dal ricco industriale al povero disoccupato, in questo sentire accomunati, per quanto, è superfluo ribadirlo, con ragioni e motivi per peso e urgenza decisamente diversi) che come costume ha quello di vedere giusta mercede quello che arriva a sé, inconcepibile privilegio ciò di cui godono altri.

L’aspetto più triste è che è reiterato, anche a dispetto delle prove del contrario e di quanto, in fondo, ognuno di quei lamentanti sa. Non è una questione di importi percepiti e sostanze possedute, che se rendono comprensibile o meno il livore nelle sortite e nelle richieste, non eludono il fatto che tutti ce ne facciamo latori. Il giovane senza lavoro col sussidio che si indispettisce per i contributi all’azienda del padrone che non lo assume e si riempie di livore per i soldi spesi per l’accoglienza dei più disperati di lui, l’impiegato pubblico che prende il premio di risultato anche quando gli obiettivi dell’ente per cui lavora sono sotto la soglia necessaria, ma si indigna per le spese telefoniche rimborsate al parlamentare, il proprietario della grande azienda che dal primo governo Fanfani in poi ha sempre preso contributi statali per le più disparate iniziative e sostegni d’emergenza, e che proprio non può sopportare che ci sia un padre di famiglia senza altre entrare se non quello offertogli dal reddito di cittadinanza.

E si stupiscono se qualcuno dubita delle narrazioni patriottiche.

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