Un americano medio, a Roma, starebbe meglio

Gli Stati Uniti d’America sono un grande Paese. Un sogno, da sempre. Più nel mito che nella realtà. E anche questo da sempre. «Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini di Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una. E lo è, nel solo modo possibile per loro, in un modo mitologico. Per la sua doppia natura, come luogo di lavoro essa è indifferente: ci si vive come si vivrebbe altrove, come bestie legate a un carro, e non importa in che strade lo si debba tirare; come paradiso, Gerusalemme celeste, oh! allora, quella non si può toccare, si può soltanto contemplarla, di là dal mare, senza mescolar vizi». Così scriveva Carlo Levi, nel Cristo si è fermato a Eboli, e un po’ forse è ancora così oggi.

Leggo dal Corriere della Sera di ieri un brano di un articolo di Carlo Rovelli: «in America c’è molta più disparità economica che in Italia. La ricchezza è ancora più concentrata nelle mani di pochi di quanto non lo sia in Italia. In America la ricchezza c’è, ma arriva alla maggioranza degli americani molto meno di quanto arrivi in Italia. C’è più ricchezza nell’insieme, ma l’italiano “medio” è più ricco dell’americano “medio”. Ovvero, la maggioranza degli italiani è più ricca della maggioranza degli americani. E non di poco». No, non di poco, infatti, se, come ricorda lo stesso Rovelli, «la ricchezza media statistica [ovvero la ricchezza totale del Paese matematicamente divisa per il numero di abitanti] degli americani è più alta di quella degli italiani: oltre una volta e mezza quella italiana. Ma la ricchezza mediana [nel senso di quella di chi si trova a metà fra i ricchi e i poveri] degli americani è molto più bassa di quella degli italiani: la ricchezza mediana degli italiani è quasi una volta e mezza quella americana».   

E per chiarire quello che intende dirci, l’autore dell’articolo lo fa cercando di spiegare quello che, viaggiando negli States, spesso salta all’occhio: «il Paese nel suo insieme è ovviamente ricco e potente, ma quando si guarda la gente per strada, non c’è dubbio che sembrino in generale tutti più poveri degli italiani. Tanti quartieri americani, sia cittadini che rurali, sono decrepiti; tanta gente ha l’aria miserabile; fuori dalle sacche di splendore, è spesso tutto molto più spoglio e logoro che in Italia. Anche le case benestanti sembrano sempre un po’ baracche rispetto a qualunque casa italiana. Ho vissuto per anni negli Stati Uniti, senza mai trovare una finestra che avesse una qualità paragonabile alle finestre di una qualunque casa italiana. È un apparente paradosso che molti visitatori italiani notano in America. Ma non è un vero paradosso, è il fatto concreto che la ricchezza è concentrata nelle mani di molto pochi. Non è che gli americani sembrino più poveri perché abbiano gusti diversi, si vestano male, o non badino alla casa: è proprio vero che in generale sono più poveri degli italiani».

E così, quando poi arriva una pandemia, più che i numeri del contagio, negli effetti che questa ha e produce fra le diverse nazioni colpite, pare di leggere il funzionamento dei relativi sistemi economici, sociali e sanitari, da cui emergono decise conferme e, non di rado, qualche interessante e formativa eccezione.  

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