Quel saper “stare a faccia” che ora fa curriculum

Scriveva Lorenzo Cavalieri, sul Sole 24 Ore dello scorso 10 febbraio: «Un tempo la divisione del lavoro nelle grandi organizzazioni (dalla vecchia fabbrica fordista all’impiegato di concetto “fantozziano”) era tale per cui si poteva far bene il proprio dovere a prescindere dalle proprie abilità comunicative e relazionali: mansioni più parcellizzate (io faccio questo tu fai quello…), scarsa integrazione tra reparti e funzioni, gerarchie rigide, scarsa responsabilizzazione dei singoli, contatti con i clienti finali molto mediati. […] Il lavoro del futuro richiederà un crescente numero di interazioni con un crescente numero di interlocutori (clienti, colleghi, partner). I nostri figli dovranno sul lavoro condividere, negoziare, ascoltare più di quanto stiamo facendo noi, sicuramente molto di più di quanto hanno fatto i nostri genitori. Dovranno insomma diventare dei bravi gestori di relazioni, e rispondere all’identikit di quelle persone di cui si dice “ci sa fare con le persone”. Essere uno che “ci sa fare con le persone” significa poter chiedere uno sforzo in più, al collega, al cliente o al collaboratore, gestire in modo costruttivo incomprensioni e resistenze, ottenere dai propri interlocutori più tempo e più attenzione, in un’epoca in cui tempo e attenzione sono risorse scarsissime. In fin dei conti questa centralità delle cosiddette «soft skills» (l’insieme delle competenze sociali e comunicative) la imponiamo noi tutti i giorni […]. Siamo più permalosi e suscettibili dei nostri genitori e i nostri figli lo sono più di noi. Così tutti i giorni “votiamo” con la pancia i comportamenti e il lavoro di chi ha suscitato in noi emozioni positive, spesso prescindendo dal merito di quei comportamenti e di quel lavoro. Abbiamo in sostanza un bisogno di empatia molto più forte di una volta».

Le parole del managing partner (che non è un’offesa, è proprio come si firma lui al fondo dell’articolo) della società di consulenza e formazione Sparring me ne hanno fatte venire in mente altre, di un amico già sindaco e amministratore locale. Parlandomi di quelli che, a parer suo, erano i tratti fondamentali per un candidato ideale a un qualsiasi lavoro che non fosse la mera ripetizione quotidiana di una mansione semplice, una quindicina di anni fa disse: «E poi ci sono quelle capacità di “stare a faccia” con le persone e instaurare relazioni, che, insomma, non è che siano cose che si possano scrivere in un curriculum, ma che contano, eccome se contano». Ora, invece, diventano «soft skills» e si possono, anzi, si devono, certificare. Che dire: un futuro dal sapore antico.

No, non sto ironizzando. Quello che dice Cavalieri e quello che diceva il mio amico è vero. Senza le capacità di stare in mezzo agli altri, di instaurare rapporti, di sapersi confrontare, è e sarà sempre più difficile muoversi nel mondo, del lavoro e, come è ovvio, non solamente in questo. È solo che fa impressione vederlo così, scritto nero su salmone sulle colonne del giornalone degli industriali italiani. Proprio quelli che, col mito delle competenze parcellizzate e tecniche al posto delle conoscenze generali e generaliste (a cui, non di rado, proprio quelle soft skills attingono nel loro formarsi), quelli del «fate scuole tecniche, professionali, lasciate perdere licei e chiacchiere varie», hanno spinto per la formazione di almeno un paio di generazioni di bravi esecutori di mansioni strettamente codificate.

Messi irrimediabilmente fuori gioco alla prima innovazione del processo produttivo.

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