Il campo seminato di spine su cui ora si cammina scalzi

Dallo scoppio dell’emergenza virale in Italia, lo scorso venerdì 21 febbraio, Filopolitica e io ci siamo messi in quarantena comunicativa: niente articoli su questo spazio, niente post sui social, niente commenti. No, non per paura di contrarre la malattia solamente parlandone, ma per non alimentarne un’altra che, in rete e negli altri media tradizionali, circolava già abbastanza, senza bisogno di ulteriori aiuti alla sua diffusione.

Nemmeno ora, ovviamente, parlerò di malattia, misure di contrasto, possibili sviluppi: non ne ho le competenze e rischierei di aggiungermi inutilmente a quanti già da tempo seguono tutto il contagio minuto per minuto. Alimentandone l’ansia, per giunta. Quello che vorrei osservare, di questo vivere ai tempi del Covid-19, è un altro tipo di fenomeno, tutto e squisitamente antropologico e sociale, con risvolti, e non poteva essere diversamente, politici e finanche diplomatici. Per farlo, partirei da una frase che un amico mi disse tempo fa: «Se semini spine in un campo, non hai alcun rispetto per chi non avrà scarpe buone per attraversarlo. E devi anche augurarti di non restar mai scalzo tu stesso». Penso a quelle parole e guardo a quanto succede, dove chi urlava contro l’altro, accusandolo di ungerlo con la malattia solo per un particolare aspetto o un determinato passaporto, oggi si trova a esser visto quale untore, per accento o provenienza.

E non c’è nulla di comico, nel cinismo del contrappasso. Mi danno il voltastomaco le assimilazioni lodigiano-coronavirus, Italia-contagio, così come me lo davano i cori Napoli-colera degli anni passati o cinese-malattie dei giorni appena precedenti a questi. È squallido il video del pizzaiolo che tossisce sulla pala da forno quanto lo sono le parole di un presidente di Regione che immagina un intero popolo cibarsi di «topi vivi». Sono vergognose le isterie connotate di razzismo contro gli italiani all’estero, come quelle che qui lasciamo sfuggire e circolare nei confronti dei migranti. Per tutto ciò, la frase del mio amico torna attuale: è triste quello che avviene, ancor di più perché quel campo lo abbiamo riempito di spine noi stessi, se non più di tutti, di sicuro fra gli altri.

Per primi no, va ricordato. Le visite mediche forzate e le possibili, successive, quarantene, per i miei avi che sbarcavano a New York erano d’obbligo. E non perché portassero davvero malattie, semplicemente perché avevano appena «dolore e spavento» da viaggiare in terza classe, non certo le 100 o le 1.000 lire per la seconda o la prima. Così, per molti di loro, i primi giorni d’America altro non furono che una branda sull’isolotto artificiale di Ellis Island. Dove peraltro, sia detto per inciso, non in pochi, certamente tanti che lì arrivarono a inizio Novecento partendo da dove sono nato io, scoprirono l’acqua calda uscire da rubinetti nel muro.     

Ma è proprio perché ricordo quei cori da stadio contro i «meridionali colerosi», che ho memoria familiare degli insulti lanciati, in inglese o tedesco, come pietre su visi affannati per la sola colpa d’esser nati in un posto diverso da quello dove, per fame, ci si era dovuti recare, che lotto con più convinzione e forza contro ogni forma di razzismo.

Se sapremo trarre da questo periodo triste l’insegnamento per cui basta un accidente della storia o della natura, per trovarsi sul lato sbagliato del mondo, allora non tutto sarà perduto. Ex malo bonum, predicava quel vescovo d’Ippona: chissà se anche da qui, dalle difficoltà per la malattia, riusciremo a far dono di quella lezione, per cambiare il modo di come guardiamo alle cose del mondo e alle persone che con noi lo rendono vivo.

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