Ancora sul credito: è positivo o negativo concederne tanto?

Solamente ieri ho letto l’articolo di Tito Boeri in cui, su Repubblica di lunedì, stigmatizzava il fatto che le banche concedessero prestiti per lo più ai “garantiti”, escludendo, di fatto, i più giovani. Che è un problema, non voglio negarlo. Sempre su quel giornale, il giorno successivo all’articolo di Boeri, Rosaria Amato dava conto di come i mutui per gli under 35 si fossero dimezzati, nel paragone col 2006, e come fossero parimenti crollate le richieste stesse avanzate dai più giovani; quasi, era il pensiero, che essi si censurassero prim’ancora di recarsi allo sportello. Ma è davvero un male, che le banche non diano loro credito?

Mi spiego meglio. Che i giovani abbiano maggiori difficoltà di accesso a mutui e finanziamenti è un problema, certo, così come lo è il fatto che alcune regole non tengano conto di quanto, davvero e in prospettiva, il richiedente potenzialmente potrebbe sostenere, come spiegava bene Boeri. Ma non credo che la soluzione giusta sia allentare i cordoni delle banche nel concederglieli. In questo, sono d’accordo con il direttore dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, che, ancora su Repubblica di martedì, spiegava in un’intervista a Vittoria Puledda: «Certo che esiste un problema. Ma non è creato dalle banche, è del Paese: che non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani. La limitata erogazione di credito agli under 35 è una conseguenza. Bisogna rilanciare l’economia». Sintesi precisa. Credete che le banche non sarebbero contente di erogare più mutui ai giovani, magari con rate da un quarto, al massimo un terzo del loro reddito, così da fidelizzarli anche per il futuro? E al contrario di quanto accade, se queste concedessero mutui con importi da pagare mensilmente pari alla metà o più del reddito dei richiedenti, farebbero a questi ultimi un favore o un male?

A inizio settimana, ci siamo tutti impegnati (pure questo spazio) a esprimere valutazioni su quanto stava accadendo in Finlandia, dove, contemporaneamente a una maggiore diffusione degli strumenti di pagamento digitali, si sta diffondendo una crescita degli indebitamenti delle famiglie, sostenuta molto dalla facilità di accesso al credito e dai bassi tassi d’interesse. E non pochi sono stati quelli che, in un certo qual modo, hanno biasimato la leggerezza con cui si andava verso quelle forme di credito al consumo o dilazione del pagamento che poi, in fin dei conti, altro non facevano che impiccare i sottoscrittori a quote da rimborsare in scadenze difficilmente sostenibili.

E qui, torno all’articolo della Amato già ripreso più sopra. In quello, l’amministratore delegato di Ubi Banca è drastico, ma non nel torto: «Se mi arriva una coppia giovane con un reddito di 2.000 euro e un mutuo che sarebbe di 1.000 euro, come mangiano? […] La banca è buona o cattiva a dire di no? Non ti indebitare se non ce la fai, i “subprime” sono questo. Basta con la retorica stupida in questo Paese, è diseducativo». Giusto. Perché delle due, l’una. O le banche sono criminali nel concedere credito a tutti, attraverso il revolving, i subprime e altri sistemi, oppure sono impropriamente moraliste quando negano tali finanziamenti chiedendosi se il potenziale debitore sia, al momento delle future riscossioni, sufficientemente solvibile e capace di far fronte ai suoi impegni, e allora, vai con mutui e carte di credito a tutti, e pazienza se molti, con questi, ungono la corda a cui si appenderanno per il collo.    

Vi potreste chiedere, a questo punto, come la pensi io. Non sono un esperto di tali cose, però, per antica tradizione cafona, dubito sempre dei soldi che arrivano da altri a sostenere progetti non loro, come i contadini di Fontamara dinanzi alle apparentemente illimitate disponibilità dell’Impresario: «Non ci fu più un solo affare importante nel quale egli non la spuntasse. Da dove prendeva tutti quei soldi? Insospettiti, i vecchi proprietari arrivarono fino al punto di denunziarlo ai carabinieri come fabbricante di biglietti falsi. Ma i biglietti non risultarono falsi. Si scoprì piuttosto che dietro l’Impresario c’era una banca che gli forniva il denaro di cui aveva bisogno. Anche a Fontamara si riseppe quella scoperta e per un pezzo si parlò di quel fatto nuovo e bizzarro che nessuno, neppure il general Baldissera, riusciva a capire. Fu quello anzi il primo di una serie di fatti nuovi per noi incomprensibili. Un po’ per nostra esperienza e più per sentito dire, noi sapevamo che una banca può servire per conservare i soldi, oppure per spedirli dall’America in Italia, oppure per cambiarli nella moneta di un altro paese. Ma che c’entrava la banca con gli affari? Come poteva interessarsi una banca nell’allevamento dei porci, nella costruzione di case, nella conceria delle pelli, nella fabbrica di mattoni? Molti fatti strani seguirono a quell’inizio» (I. Simone, Fontamara, Mondadori, 2000, p. 40).

Diciamo così: temo i molti fatti strani che a un prestito potrebbero seguire.

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