Anche la malattia prendete a pretesto per il vostro razzismo

«Abbiamo imparato poco di nuovo sulla malattia, ma molte cose vecchie su noi stessi». La frase è di un medico, Frederick Tilney, e la pronunciò commentando l’epidemia di poliomielite che colpì New York nel 1916. Ed è perfetta, calzante e assolutamente precisa ancora adesso, a oltre un secolo da allora: anche qui e ora, il contagio, l’epidemia, reale o potenziale che sia, è solo un pretesto per tirare fuori il solito, vecchio razzismo. Pure in questo, il ventennio e gli spiriti che l’animarono, come intuì Giustino Fortunato fin dal loro primo manifestarsi, altro non furono se non «rivelazione» d’un carattere nazionale perennemente presente.

Due ragazzi di ritorno dal lavoro aggrediti sotto casa, un gruppo di turisti ingiuriati durante una passeggiata, una cantante lirica insultata nella città dove vive da anni, e potremmo continuare con l’elenco. La loro “colpa”? Esser cinesi, nient’altro. E questo è razzismo. C’entra la paura del contagio, la psicosi per infodemia sul coronavirus? Dubito. In quegli stessi giorni, tv e giornali ci hanno parlato di casi di contagio avvenuti in Germania e Francia, e di un inglese che, da solo, ha infettato una decina di persone in giro per l’Europa; avete notizia di angherie ed esclusioni come quelle fatte subire agli orientali perpetuate nei confronti di tedeschi, francesi o britannici? E ancora, mentre si maltrattavano gli asiatici, un giovane è stato preso a pugni perché nero, e scritte antisemite sono comparse davanti alle scuole, o direttamente a casa di cittadini d’origine ebraica. Come lo chiamate tutto questo?  

No, non c’entra il coronavirus se per molti la malattia non è in Cina, ma nei cinesi. Come non c’entra l’immigrazione, se si odiano le persone di colore in quanto tali, o le manovre dei banchieri di Wall Street, se riesplode l’odio per gli ebrei. Tutti questi sono pretesti, e spesso addirittura inventati, per tirare fuori, in chi già ne ha abbastanza, il peggio di sé.  

Tutto è perduto? No, nemmeno stavolta: sarà un lavoro lungo da fare, e sarà difficile, dopo anni di demolizione di ogni argine alla barbarie eretto per costituire la necessaria diga sotto cui far crescere il viver civile. E non si dovrà lasciar tacere e nascosto il buon senso per paura del senso comune, come ai tempi della peste ricordata dal Manzoni. Un esempio che mi piace citare di questa giusta attenzione alle cose e alle parole l’ha offerto, pochi giorni fa, La Stampa, nell’edizione torinese di martedì 11 febbraio.

Ritornando su un proprio articolo scritto a seguito di uno dei troppi casi di antisemitismo che nell’ultimo periodo hanno interessato la città, la redazione locale ha voluto scusarsi per le parole usate. Si legge nell’editoriale intitolato, appunto, L’ora delle scuse: «Sull’edizione di ieri della “Stampa”, a pagina 12, raccontando la terribile vicenda della scritta della vergogna lasciata sulla porta di Marcello Segre abbiamo commesso un errore grave, reso ancora più grave dalla storia del nostro giornale e dal grande impegno mostrato contro ogni forma di discriminazione e di odio razziale. Nell’articolo abbiamo usato l’espressione “Suo padre era di origini ebraiche, sua madre italiana” una frase che non solo non dovrebbe finire sui giornali ma che non dovrebbe mai essere scritta e neppure pensata. Sarebbe stato più corretto dire “suo padre era ebreo e sua madre no”, o forse, ancora meglio, “suo padre era ebreo”. Sono errori di fronte ai quali l’unica strada possibile è chiedere scusa a tutti i lettori e in particolare alla comunità ebraica. Le parole contano e pronunciarle con leggerezza a volte crea alibi a chi distorce il senso e la storia e arriva, non certo per gioco, a lasciare scritte come quella che Marcello Segre ha scoperto domenica mattina sulla sua porta. Il compito di un giornale è usare parole precise e di verità. Questa volta non lo abbiamo fatto e chiediamo scusa».

Un lavoro lungo, che parte proprio dalle parole che usiamo e che sentiamo usare.

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