Le guerre sono sempre dei ricchi. Ma le fanno ogni volta i poveri

Il mese scorso ho visto Truth, il bel film del 2015 con Cate Blanchett e Robert Redford. La pellicola nasce dal libro della giornalista Mary Mapes (sullo schermo impersonata da Cate Blanchett), Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power, e racconta la storia della messa in onda nel 2014 sulla Cbs, durante la trasmissione 60 Minutes condotta in studio da Dan Rather (Robert Redford), di un servizio sul periodo di leva del futuro presidente George W. Bush svolto nella Guardia Nazionale per, era il non detto di tutta l’inchiesta, evitare di finire «a far la guerra nel Vietnam».

Ora, il film è bello. E alla fine, della pellicola e della storia reale, la Mapes e Rather dovranno scusarsi e cambiare mestiere. Perché? Perché i documenti da cui muovono nell’inchiesta non erano autentici. Negli Usa funziona così: schiere di esperti a giudicare se quei testi potessero essere redatti in quel modo nei primi anni ’70 o fossero il frutto di rielaborazioni successive, se non di veri e propri falsi. Su quello, s’inchioda tutto il servizio, l’inchiesta e la verità. Bene, perché le bugie non devono correre. Ma solo fino a un certo punto. Perché l’assunto morale da cui muove il lavoro giornalistico, nel film e davvero, e che porta alla presunta scoperta di documenti autentici vuole mettere in luce un fatto, che schiere di grafologi e filologi difficilmente potrebbero smentire: i ricchi, la guerra, in Vietnam o altrove, non la fanno.

Riportava Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 24 settembre del 2017, che John McCain, già vecchio e malato e parlando di un altro presidente non partito per le valli e gli acquitrini del Mecong, Donald Trump, ammetteva candidamente che: «il sistema era fatto così. Venivano arruolati i ragazzi provenienti da famiglie con i redditi più bassi, mentre i più ricchi trovavano sempre un dottore che diagnosticava uno “sperone osseo”». Strano: «l’osso al piede» è un modo di dire delle mie parti che si usava per mettere alla berlina quelli che riuscivano a evitare la naia per qualche presunta infermità, ma dubito che l’ex pilota della Marina e senatore Usa sia mai stato là.

Battute a parte, Bush e Trump non sono i soli a non essersi arruolati, in un modo o nell’altro. Come loro, hanno evitato di dover fare i conti con le guerre che decidevano le classi dirigenti a cui, da rampolli, già appartenevano Dick Cheney, Mitt Romney, Rudy Giuliani, Bill Clinton, solo per citarne alcuni. Il tratto comune in tutti questi casi? È nelle parole di McCain: alla guerra, ci andavano, e ci vanno, i poveri.

E mi tornano in mente le parole di Emilio Lussu, quando ne Il cinghiale del diavolo racconta che la vita in trincea «rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri, dov’erano?». Cosa che, aggiungeva, non valeva su un solo lato del fronte, dato che i prigionieri presi, «austriaci, ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch’essi tutti contadini e operai. Altra scoperta: anche dall’altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli operai».

Storia vecchia? Di più e meglio: sempre la stessa storia. Finché qualcuno non s’incazza, perché i poveri, in fin dei conti, non vengono educati a Oxford, e come prima cosa si dà alla macchia nelle chiamate alle armi che i ricchi fanno per battaglie in cui a morire non saranno loro, né i loro figli. Ecco perché, per me, gli eroi sono quelli che, non cercando scorciatoie per sottrarsene in virtù del censo, da uomini, la guerra si rifiutano di farla.

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