Il consenso che non manca mai. Almeno all’inizio

«Il visibile a acclarato consenso faceva aggio su tutto e tranquillizzava le coscienze. E il consenso non era semplicemente lo spettacolo delle adunate oceaniche, era anche la spontanea autocensura del giornalismo, la sempreverde, tacitiana “servitù spontanea”, la benedizione da parte della chiesa, l’ordine ristabilito e conclamato e apprezzato: a suo modo una ‘normalità’. Insomma un regime ‘rispettabile’ dotato persino di una fronda interna, di un brillantissimo conte ambasciatore d’Italia molto apprezzato dal Foreign Office (Dino Grandi), e di un para-intellettuale come Giuseppe Bottai protettore di riviste letterarie pervase ogni tanto da qualche critico frisson. E di sindacati finalmente “serî” e costruttivamente collaborativi, anzi corrivi. E di un fiorente e accorsatissimo “Dopolavoro”. E di tante altre “cose buone”, come ancora oggi molti benpensanti ripetono» (Luciano Canfora, Fermare l’odio, Laterza, 2019, p. 12).

Parla degli aspetti che piacevano tanto ai liberali, ai vari Croce, Einaudi e allo stesso Giolitti, che non disdegnavano, al principio dell’esperienza dei fasci di combattimento, di poter dare una mano per consentire al fascismo di farsi argine contro il pericolo del partito di Gramsci, lo storico e docente barese. E tra questi, non ultimo il consenso che il fascismo riusciva a mobilitare nelle masse e nei ceti popolari. Perché sì, il consenso c’era, e non solo negli anni migliori del regime, come spiegò, a suo tempo, il controverso De Felice. Ci fu fin da subito, e non ricordo indignazioni popolari eccessive alle notizie del farsi di un sistema che affermandosi, nelle sorti di Matteotti e di altri, si dimostrò per quel che era. Ci fu al suo apice, quando si festeggiava in piazza l’annuncio delle leggi razziali o l’entrata in guerra a fianco della Germania nazista. Ci fu quando la caduta era già tutta dispiegata ed evidente, se si pensa che, ancora nel dicembre del ’44, in molti tributarono onori e gloria al duce a Milano, in via Rovello. Tanti, quel giorno, come lo erano quelli che, pochi mesi dopo e a pochi metri da lì, in piazzale Loreto, dello stesso volevano ridurre in brandelli il corpo. E forse, erano pure gli stessi.

E consenso ci fu, per quanto più elegante, va detto, tra i colti e gli intellettuali, persino fra coloro che poi si scoprirono antifascisti. Quanti furono i professori a non firmare il giuramento di fedeltà al fascismo? Quanti si protestarono indignati all’approvazione delle norme contro gli ebrei? Quanti devono esser stati pochi, se persino uno che mai recriminò verso chi faceva carriera, mentre lui consuma la sua vita in prigione, quale Vittorio Foa che, prima di morire, ricordò come «non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza»?

Tempo perso, il mio? Probabilmente sì. Ma mi serve per ricordare che il consenso non basta, a far democrazia.

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