«Ci penserà poi il computer»

Era un album dei Nomadi, del 1985. Quel titolo, Ci penserà poi il computer, allora poteva apparire poco più di una provocazione. Per quanto non poche fossero le distopie che immaginavano macchine pronte a sostituirci in tutto, compresi i lavori intellettuali e le facoltà di pensiero, queste parevano appena il parto di menti tese al sogno che una, per quanto terribile, reale prospettiva futura. Sì, già allora si vedevano i robot costruire le automobili in stabilimenti senza (o con pochissimi) esseri umani, ma gli ambiti del pensiero, i lavori del contatto umano, dell’attenzione e dell’educazione e formazione di altri nostri simili sembravano campi lontani da quelle invasioni. Invece, così non è, o non è più.

Un articolo su La Repubblica dello scorso primo ottobre lo ha testimoniato meglio di tanti saggi. Parlava degli insegnanti della scuola di lingue Wall Street English, demansionati a tutor perché ormai l’inglese, in quelle aule, lo s’impara sulle app, e un (a questo punto “ex”) docente spiegava al giornalista: «Ci chiediamo se siamo insegnanti o operai di una piattaforma del web […]. La tecnologia gioca un ruolo primario nella costruzione di questo storytelling in cui il lavoro umano “scompare” per essere sostituito dall’interazione cliente-macchina. Si trasforma il lavoro intellettuale dell’insegnante in una routine meccanica e indifferente al rapporto educativo docente-discente e ciò si inserisce in una generale degradazione del lavoro umano a cui abbiamo deciso di opporre resistenza».

È perfetto, quello che dice l’insegnante. Il problema è nel come e quanta di quella «resistenza» che auspica si farà davvero. Non vorrei che poi, un minuto dopo, lui stesso prenoti su internet il proprio biglietto aereo, acquisti con un’app quella giacca che cercava, sfogli sul tablet il quotidiano con la sua intervista, contribuendo al demansionamento, o al licenziamento per esubero, di un impiegato di qualche agenzia viaggi, di una commessa d’un negozio, di un tipografo o di un addetto alla distribuzione dei giornali.

Perché, in tal senso, siamo seduti sul ciglio di un burrone, dal quale o ci tiriamo indietro tutti insieme, o precipitiamo così come siamo. E no, la soluzione non è in un luddismo 2.0, che distrugga hardware e algoritmi; è, al contrario, nel rivendicare lo spirito con cui quei visionari di fine ottocento, troppo presto messi al bando dal novero del possibile insieme alle storture che al proprio nome furono poi collegate, immaginavano la liberazione dal lavoro dell’intera umanità. Per prenderci cura degli altri, dell’ambiente che ci circonda e pure di noi stessi, recuperando, in questo e nel farlo, la nostra essenza, quella più al sicuro dalla minaccia delle macchine, almeno finché, come umani, saremo al mondo.

Col poeta Igino: «Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit».

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