Aggiungeremo un capitolo curdo alla nostra Schuldfrage?

Sulle vicende oscure (perché tenute nascoste e perché buie nella loro essenza) che per Avvenire Nello Scavo sta portando alla luce, il mio amico Pippo Civati scriveva qualche giorno fa: «Per gestire i flussi migratori, l’Europa e l’Italia hanno optato per la detenzione in condizioni disumane, per la tortura, per il ricatto, per lo stupro sistematico. Questa è la verità. Una verità indicibile. Che ora sta emergendo, in tutta la sua gravità». Poco dopo, in un altro post, lo stesso Civati ricordava le parole di Liliana Segre, durante il festival Scrittrici insieme, di Somma Lombardo.

​Due articoli, quelli del fondatore di Possibile, che in effetti sono altrettante pagine dello stesso libro: a Évian, nel luglio del 1938, le democrazie occidentali si riunirono per capire come trovare una soluzione all’emergenza creata dalle leggi razziali naziste. Per paura di doversi accollare – anche elettoralmente – il peso dei profughi ebrei, lasciarono che della questione (frage, meglio) se ne occupasse Hitler. Oggi, per paura – solo elettorale – dei migranti, l’Italia e l’Europa hanno lasciato – cercato? – che della pratica se ne incaricassero i criminali libici. La colpa (pure essa una questione, nel senso di Schuldfrage) ricadrà su tutti noi, come generazione e come parte del mondo. E quanto sta avvenendo nel nord della Siria aggiungerà un capitolo sanguinante e ignominioso, per via del tradimento fatto ai curdi, a quella questione.

Abbiamo plaudito alla loro lotta contro l’Isis, perché ce lo teneva lontano. Abbiamo sfruttato l’immagine di quelle combattenti, perché era funzionale al nostro modo, comodo, di guardare al mondo. Li lasceremo nelle grinfie del sultano, perché abbiamo paura che Erdoğan ci minacci con le colonne di profughi e migranti che lascerebbe, o costringerebbe, a passare lungo i suoi confini e verso i nostri.

Urliamo qualcosa, ché non debbano i nostri figli torcere il viso da noi.

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