La democrazia a sorteggio

«Insieme al mito della partecipazione contro i partiti politici e dell’informazione prodotta dai blogger rinasce anche l’interesse per un’antichissima istituzione che era stata quasi dimenticata, il sorteggio, la più peculiare forma di selezione del personale politico associata alla democrazia fin dall’antichità e che, dopo un importante ruolo svolto nelle repubbliche italiane dell’Umanesimo, era scomparsa dalla politica (benché non dalla pratica giuridica) lasciando il posto alla forma elettorale di selezione. Oggi, in concomitanza con la crisi dei partiti e l’uso massiccio di Internet, il sorteggio torna ad apparire possibile e utile. E insieme a esso tornano le forme di consultazione attraverso assemblee deliberative di cittadini, i budget partecipati e le varie forme tribunizie di giudizio popolare, ovvero le più diverse forme di cooperazione tra democrazia deliberativa, elezioni e sorteggio. L’esperienza islandese, nelle quale tutte queste forme hanno interagito nel processo di revisione costituzionale, sarà molto probabilmente un battistrada per altri paesi».

La citazione riportata sopra è tratta da Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, di Nadia Urbinati (Feltrinelli, Milano, 2013, pag. 15), libro di cui consiglio caldamente la lettura, soprattutto, per l’argomento di cui parlo in questo post, nel capitolo Sorteggiare per non eleggere (op. cit., pp. 146-160). E sono andato a ricercarla dopo aver letto che Emmanuel Macron ha avviato la costituzione di una Convenzione cittadina per il clima, della quale faranno parte 150 francesi sorteggiati nei quattro angoli del paese per dare consigli e suggerimenti circa le azioni da mettere in campo contro i cambiamenti climatici. Così, un panettiere delle Ardenne, una biologa di Bordeax, un disoccupato dell’Isère e una casalinga di Vichy potranno dire la loro su cosa fare e come sconfiggere un fenomeno che mette in fibrillazioni le sinapsi di intere squadre di scienziati da anni impegnati a studiarne cause, effetti e portata. D’altronde, direbbero i maligni, a giudicare dalla qualità di chi, per mandato istituzionale, è poi chiamato a prenderne in merito le decisioni, non è che col sorteggio ci possa davvero andar tanto peggio. Ma qui c’è un di più, e non di poco conto: mentre per il deputato a decidere c’è l’ipotesi che si avvalga di competenze specifiche nella sua attività deliberativa, questo insolito esercizio di democrazia diretta fa dei casuali convocati i consiglieri stessi per le decisioni da prendere.

Ovviamente, immagino che ogni proposta, successivamente alla sua formulazione, sarà vagliata da esperti e competenti nella sua applicabilità; tuttavia rimane curioso il senso del procedimento. Sembra quasi che, sull’onda di una risposta emozionale al movimento dei Gilets jaunes, si sia voluto dare a tutti i costi l’idea di un diverso modo di coinvolgere e far partecipare. E per carità, non dico che non abbia i suoi lati affascinanti e non presenti profili di un certo interesse. Però è davvero questa la strada, in un caso come quello di cui si discute e in altri, per rispondere alle difficoltà che incontra la democrazia rappresentativa? Una crisi, quella delle democrazie occidentali, che nasce spesso da un mancata efficacia delle scelte poste in essere: cosa succederà quando pure le decisioni così definite e assunte difetteranno nell’applicazione? Basterà, a ripagar la delusione della possibile inefficacia la coscienza del loro esser state prese collettivamente – intendendo per collettività quella casualmente composta con il sorteggio, senza nemmeno l’ombra di un interesse e un indirizzo operato attraverso la selezione mediante elezione –, direttamente e coram populo?

Spero che questo mio sia solo un dubbio ozioso.

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