La percezione non è la realtà. Ma in troppi non lo sanno

Parlando dell’ultimo libro di Nando Pagnoncelli (La Pensisola che non c’è, Mondadori, 2019), Francesco Nasi su The Vision scrive: «Lo pseudo-ambiente cognitivo in cui si sviluppa l’opinione pubblica italiana ci presenta un Paese povero, vecchio, invaso da stranieri, senza alcuna possibilità per il futuro. La distorsione è più accentuata al Sud che al Nord, e tra le persone meno abbienti rispetto a quelle appartenenti alle classi agiate. La deformazione della realtà avviene quasi sempre in negativo, e a volte è anche peggiore di quella che pensiamo. […] Pagnoncelli indaga anche le motivazioni che stanno sotto questo pressoché totale scollamento tra realtà e opinione pubblica. Innanzitutto, c’è il problema dell’istruzione. In Italia solo il 14% dei maggiorenni vanta una laurea, e metà della popolazione adulta non va oltre la licenza media. E se è vero che lo studio non è sinonimo o garanzia di una piena e razionale comprensione del mondo intorno a sé, è altrettanto vero che l’istruzione rimane lo strumento più adatto a fornire gli strumenti e le competenze per analizzare criticamente la realtà. Il dato più preoccupante è allora quello dell’analfabetismo funzionale: secondo lo studio Piaac, in Italia il 28% della popolazione adulta è “incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”, come riporta la definizione dell’Ocse».

Io mi fermerei qua, ma purtroppo non possiamo. Nessuno di noi può. Perché credo che quel problema, quello della percezione della realtà connessa ai livelli d’istruzione media della popolazione, sia la principale sfida che ci attende. Vale per i temi di cui si parla nell’articolo che ho riportato, vale per altri che potrebbero venirci in mente. Spesso mi è capitato di parlare con persone che, nella loro convinzione non supportata da fatti, erano irremovibili. L’inquinamento? «Un’invenzione dei radical chic per metterci altre tasse». Le migrazioni? «Un’invasione programmata per la sostituzione etnica». La criminalità? «Un’emergenza sempre in aumento, soprattutto per colpa degli stranieri». Nessuna di queste cose è vera, ma se uno è convinto, ci crede. E agisce (anche politicamente ed elettoralmente) come se così fosse. Con tutti i rischi che s’intravedono fin da ora e che sarebbe ormai opportuno cominciare ad affrontare a viso aperto.

Scrive ancora Nasi: «Nel mondo politico e mediatico è facile sfruttare il pessimismo degli italiani, inseguire il facile consenso dei sondaggi e speculare sulle paure dei cittadini. […] In questo modo si crea però un circolo vizioso di maliziose semplificazioni della realtà che rischia di far affogare il Paese nel suo stesso pessimismo, distraendo le persone dai problemi reali e impedendo così che vengano affrontati. Senza una base comune fattuale condivisa, non può esistere davvero una democrazia, poiché mancano i fondamenti di un serio dibattito pubblico che metta al centro i veri bisogni del Paese».

A rischio, appunto, sono le basi della società civile e le fondamenta della democrazia. Non credo ci serva altro per capire che è tempo di muoverci, e di muoverci bene. Iniziando, appunto, da quelle basi e da quelle fondamenta, da quella cultura comune e dall’attenzione all’istruzione che spesso è mancata, nell’orizzonte delle azioni da compiere da parte delle classi dirigenti italiane e, in misura differente, ma comunque non sottovalutabile, europee. E di muoverci attraverso tutte le istituzioni formative e sociali, dalla scuola ai partiti e fino ai media, i vecchi e i nuovi.

È un cammino lungo e lento, certo. Ma non ne vedo uno agevole e corto.

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