Prego, bevi con noi

Mi gira via WhatsApp l’immagine della pagina di un libro un amico, con la didascalia, laconica: «Un commento?». La risposta, immediata, è stata: «Favorisca». La spiegazione di questa, fra un po’. Nella pagina inviatami si leggeva: «Penate a un incontro di questo tipo, esperienza reale recente: un professionista indiano, direttore di una produzione cinematografica a Mumbai, arriva in Italia per verificare alcune location della Basilicata per un prossimo film. Finito il lavoro, ci confessa il suo stato d’animo confuso. “Mi ricorda l’India”, ci dice con passione, “è tutto molto complicato dal punto di vista burocratico, nessuno arriva mai in tempo agli appuntamenti, il sistema stradale è al collasso ed è pieno di poveri. Odore di casa!”. Ma, differenza non da poco, “in India lavoriamo dodici ore al giorno: qui bevono il vino pure a pranzo”».

La citazione è dal libro di Lorenzo Marsili, La tua patria è il mondo intero (Laterza, 2019, pag. 64), che già conoscevo quando mi è arrivato il messaggio, quindi anche quelle parole. Leggendole la prima volta, ho pensato più o meno quello che ho risposto, d’acchito, al mio amico. Se quel professionista di cui racconta l’autore avesse detto a quelli di cui parlava le cose che lì sono riportate, essi, ne sono quasi certo, gli avrebbero detto: «Tras, fatt n’ b’ccuir». Per due ragioni. La prima, il tono delle parole, al di là dell’impressione stereotipante, è di sostanziale riconoscimento fra parlanti: e questo è sempre molto apprezzato, da dove vengo io. La seconda risiede in fondo in un insegnamento che, lungi dal venire dalle rive del Gange a corredo di mode passeggere, è invece conficcato nelle pietre stesse gli scarni torrenti di quella terra, e che si potrebbe così riassumere: fermati, dove corri? Non sarà la pausa che ti prendi ora a condannarti, né il rinunciarvi a salvarti; accadrà quello che deve accadere e farai ciò che andrà fatto. Nel frattempo, prendi quel poco che hai e dagli un senso.

Chiamatela come volete: rinuncia, rassegnazione, visione fatalistica delle cose del mondo (che poi non è una definizione tanto lontana dalla realtà, ma questa è un’altra storia). A me piace pensarla «misura». Perché è nella smodatezza d’un certo stile di vita che potrei definire “atlantico”, e che tutto ha contagiato, specialmente là dov’è stato o si va facendo “impero”, pure in quell’India che la spiritualità dovrebbe informare, che trovo la spiegazione per ogni affanno inutile che sembriamo cercare di assecondare ogni giorno.

Al contrario, è in quello scandaloso (per chi della competizione nell’avere ha fatto ragione della propria vita, s’intende) approccio che oserei chiamare “mediterraneo” all’ambiente e all’esistenza che vedo la possibile cura per mali ormai globali. Nella misura nel vivere, certo, che permette di assaporare le cose per quelle che sono, anche se poche, nelle soste che si hanno e che si è in grado di apprezzare, persino quando qualcuno immaginasse proprio queste quale causa delle difficoltà.

Perché è negli attimi che viviamo il senso del tempo che abbiamo.

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