Dove ci porteranno i millenial?

Scriveva Massimo Gaggi sul Corriere del 14 giugno scorso: «Le imprese si sono chieste perché un gruppo sociale, che diceva di voler consumare “esperienze” più che beni materiali, invece spende di meno per spettacoli, cultura, viaggi. Perché, spiega la Fed, questa generazione, che per l’88% vive in aree urbane e non ha i capitali per comprare casa, spende molto di più in affitti, deve affrontare costi crescenti per le cure mediche e, soprattutto, si è caricata sulle spalle un debito studentesco di 1.500 miliardi di dollari. È la generazione meglio istruita della storia (36% di laureati tra le donne, 29% tra i maschi), ma a caro prezzo. Con la difficoltà di trovare lavori ben retribuiti e la prospettiva di rimborsare per 10 o 20 anni un debito universitario grosso come un mutuo-casa, i millenial sono costretti a molte rinunce: rimane qualcosa per lo smartphone e poco altro».

Parlava dei venti-trentenni, fino alle soglie dei quaranta ormai, e li guardava dagli Usa; ma il discorso è valido un po’ in tutto l’Occidente ed è interessante. Ancora di più se si fa caso alla penna che lo firma, la stessa che, insieme con Edoardo Narduzzi, oltre tredici anni fa e ben prima della crisi economica globale diede alle stampe un agile pamphlet in cui già si delineava una società sempre più polarizzata tra un alto, poco numeroso e molto ricco, e un basso, popolatissimo e in difficoltà sempre crescenti (Gaggi-Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, 2006). La domanda che però qui mi faccio è un’altra: i colpi di coda del ceto medio sfibrato e spaventato hanno portato a Trump, alla Brexit, ai vari Salvini, eccetera. La generazione dei millenial,(se mai avrà forza e volontà per farlo) a cosa ci condurrà?

Pur non volendo per forza vedere in questa fascia di popolazione delle nazioni più ricche una classe con un potenziale inespresso (cfr. Guy Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, 2012), è comunque utile chiedersi cosa ne sarà di loro. E con loro, di tutti noi. La mia generazione non può nemmeno cantare, con Gaber, d’aver perso, visto che probabilmente ha passato la mano prima di giocare, accontentandosi di quello che ancora riusciva a strappare lungo la candela del mondo precedente che s’andava spegnendo. Su quella che immediatamente la segue, però, ho tante speranze e aspettative.

E mi auguro davvero di cuore che non vadano deluse e perse.

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