Dove andò l’umanità fra le due guerre mondiali? E oggi?

Da un libro che ho già citato (István Deák, Europa a processo. Collaborazione, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, pag. 181): «Ci piacerebbe poter parlare del vincolo di solidarietà che si instaurò fra i movimenti di resistenza sotto l’occupazione tedesca, ma purtroppo le prove di una sua esistenza sono estremamente scarse. I gruppi etnici, politici, regionali e professionali si preoccuparono soprattutto di proteggere i propri membri e, a parte i comunisti, che obbedivano agli ordini di Stalin e non alla loro coscienza, solo i gruppi autenticamente internazionalisti e cosmopoliti come i trotzkisti e altri dissidenti comunisti, l’alta aristocrazia e alcune comunità religiose quali i Testimoni di Geova riuscirono a superare le barriere etniche.
Il vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1980, Czesław Miłosz, come altri autori polacchi, ha scritto di come durante la rivolta del ghetto, in un luna park vicino alle sue mura, la musica suonava e i bambini giravano sulle giostre mentre dall’altra parte del muro giungevano le grida disperate delle persone che si gettavano dalle finestre degli edifici in fiamme. Né molti passanti parvero accorgersi dei superstiti della rivolta, perlopiù donne e bambini, che uscivano, incolonnati fra due ali di soldati. Il racconto rappresenta graficamente l’abisso scavato fra i diversi gruppi etnici e, in particolare, fra ebrei e non ebrei nell’Europa di Hitler, ma mostra anche con quanto successo i nazisti riuscirono a creare in Polonia una nuova gerarchia sociale in cui i Reichsdeutsche occupavano il gradino più altro, i Volksdeutsche locali quello successivo, seguiti dai poveri polacchi umiliati e offesi, ma pur sempre privilegiati rispetto agli ultimi degli ultimi: gli ebrei».

Potrei non scrivere altro e il senso di questo post sarebbe ugualmente completo e definito. In quell’Europa di ottant’anni fa, i nazisti misero a ferro e fuoco interi territori, invasero e occuparono, ma nemmeno oltre i loro confini furono mai del tutto alieni dal tessuto sociale che incontravano, dal sentimento che nei loro confronti suscitavano. Parla della Polonia, Déak, il Paese del continente maggiormente vessato dalle truppe tedesche, l’unico col quale il Terzo Reich non cercò alcuna forma di collaborazione, figuriamoci alleanza, perché nella visione hitleriana era popolato da untermensch da colonizzare e sottomettere. Nonostante ciò, anche lì il virus della distinzione colpì, pure fra gli occupati: in fondo, i polacchi erano polacchi, gli ebrei venivano dopo.

Dove andò a finire l’umanità nel periodo fra le due guerre mondiali, in Europa e non solo? Perché si opposero in così pochi, perché ai più non sembrò necessario difendere gli ebrei esclusi da tutto, i diversi messi ai margini, i rom scacciati da ogni luogo quasi non fossero nemmeno persone? E oggi, in quanti si opporrebbero? In quanti si oppongono, a chi vuole condannati a un eterno purgatorio di spostamenti e attesi quanti già si fanno migranti per sfuggire all’inferno della miseria, della fame, della guerra e delle torture? Domande a cui non so dare risposta.  

Nel mio silenzio, concludo ancora con le parole di Deák (Op. cit., pagg. 258-259): «L’aspetto peggiore di tutto questo fu il crollo dei valori di compassione e umanità che sembrò travolgere l’intera Europa. Non solo gran parte degli europei si mostrarono indifferenti al destino dei loro fratelli ebrei, rom, sinti, dissidenti o omosessuali, ma milioni di loro parteciparono attivamente alla loro caccia o quanto meno trassero vantaggio dalla loro rimozione sociale e dalla loro eliminazione. È vero che ci furono anche molti che rischiarono la loro vita per proteggere le vittime della persecuzione: aristocratici, intellettuali, suore, sacerdoti, poliziotti, e quella vasta categoria che a vario titolo rifiutarono di adeguarsi ai codici della società “normale”. Nondimeno, i più autentici esemplari dell’europeo medio restano i poliziotti norvegesi che prontamente consegnarono i loro connazionali ebrei alla Gestapo, i burocrati olandesi che diligentemente stilarono precise “liste di ebrei” a uso degli occupanti nazisti, e i medici e le ostetriche ungheresi che risposero senza esitazione all’invito delle autorità a presentarsi – ovviamente dietro promessa di un compenso straordinario – alle stazioni di partenza dei convogli di deportati per ispezionare le parti intime delle donne ebree alla ricerca di gioielli nascosti. Né dovremmo dimenticare le compagnie ferroviarie statali, che trasportarono gli ebrei e altre categorie di deportati verso i campi di concentramento e di sterminio dell’Europa dell’est applicando tariffe per gruppi turistici ai prigionieri ammucchiati dentro vagoni bestiame. Ci si chiede quanti macchinisti – se ce ne furono – si finsero malati per non dovere trasportare il loro carico umano verso un campo di concentramento o di morte.
Nonostante tutta la propaganda postbellica francese di segno opposto a uso turistico, dovremmo ricordarci che con ogni probabilità i poliziotti parigini che aprirono il fuoco sui soldati tedeschi nell’agosto 1944 erano gli stessi poliziotti che nel luglio 1942 avevano ammassato come animali da macello donne e bambini ebrei dentro il Vélodrome d’Hiver prima del loro trasporto ad Auschwitz. E mentre questo accadeva, milioni di parigini continuavano nelle loro faccende di ogni giorno. Un po’ più di compassione e umanità nei confronti delle vittime non avrebbe comportato grossi rischi. Nessun poliziotto francese fu imprigionato o giustiziato per non essersi presentato in servizio il giorno fissato per la deportazione degli ebrei. Sappiamo inoltre, per inciso, che le SS e gli agenti di polizia tedeschi potevano esonerarsi dal partecipare alle fucilazioni di massa di ebrei e rom nei territori conquistati dell’Europa orientale. Pure, solo un’esigua minoranza di questi uomini si avvalsero di questo privilegio, e alcuni confessarono più tardi di essersi vergognati del loro comportamento “poco cameratesco”. Compassione e umanità furono qualità davvero rare durante la Seconda guerra mondiale, una delle più immani tragedie che l’umanità abbia mai inflitto a se stessa».

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