I politici che promettono «i bei tempi andati», mentono due volte

Scrive Jonathan Coe in un contributo all’incontro a cui parteciperà durante la Festa del racconto, in programma dal 29 maggio al 2 giugno in diversi centri della provincia modenese, su Paesaggi contemporanei. Raccontare la Brexit, pubblicato sul Corriere di venerdì scorso nella traduzione di Maria Sepa: «non voltiamo del tutto le spalle all’attrazione seducente e luccicante dei “vecchi tempi”. È umano e naturale guardare al passato quando il presente ci delude. Ma dobbiamo fare attenzione ai politici che ci dicono che possono far girare a ritroso le lancette dell’orgoglio, ridarci il controllo, rendere il nostro Paese di nuovo grande. Il lavoro dei politici (per il quale sono in gran parte tristemente inadeguati) è quello di gettare le basi del nostro futuro. Qualunque cosa promettano, non possiedono una macchina del tempo che può riportarci a un’età dell’oro in cui i problemi odierni non esistevano. La cosa più vicina a quel mondo, descritto da T. S.  Eliot come quello in cui “Presente e passato sono forse presenti nel futuro, e il futuro è contenuto nel passato”, non si trova nella politica. Si può trovare nella letteratura».

Ed è interessante quello che il romanziere inglese dice, perché pone l’accento su questioni spesso sottovalutate. I politici che prometto il “make our country great again”, in tutte le sue forme, da quella rampante trumpiana a quella ruspante salviniana, mentono due volte. Perché non lo possono fare, evidentemente, dato che a nessuno è concesso tornare indietro nel tempo, e perché fingono, al di là della sua possibilità, che quello sia il loro compito, ritornare al già stato, non indicare la via per il come sarà. Su questo dovremmo invece chiedere che idee hanno. I gelati a mille lire e l’America capace di piegare tutti al suo verbo, li abbiamo già conosciuti, e sono andati con i giorni che li hanno visti. E il domani che vorremmo sapere da voi che vi candidate a guidarlo come dovremo affrontarlo, quali sfide ci porrà dinanzi e quali strumenti essi saranno in grado di offrirci per accettarle.

In fondo, che fosse quella la missione della politica, avremmo sempre dovuto saperlo. Il programma è sul da farsi, sul quanto stato. Riavvolgere anche solo sentimentalmente il nastro del tempo può essere il lavoro della letteratura, come dice Coe, quando vuole consolare su un presente che delude, non dei politici. Al contrario, questi dovrebbero superare la delusione nella prospettiva dell’avvenire, non ingannando sulla facilità del traguardo, ma spiegando, circostanziatamente, dove vorrebbero andare e come vedono il Paese nel mutato scenario che, rispetto al passato, il presente offre e pone davanti. Un lavoro, commenta l’autore de La banda dei brocchi, «per il quale sono in gran parte tristemente inadeguati».

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