Ma fino a che punto potete chiedere di votare il meno peggio?

Fra i tanti inviti al voto utile, quello fatto da Renzi di certo li ha superati tutti. In un’intervista al quotidiano di Napoli Il Mattino, qualche giorno fa ha detto: «questa è l’occasione per seguire il suggerimento che a suo tempo diede il grande Indro Montanelli: turatevi il naso e votate Pd». Cioè, il segretario di un partito dice che la sua non è proprio una forza politica che sappia di fresca purezza, però, insomma, di meglio non c’è e le altre puzzano di più. Non un bello slogan, diciamo. Ma c’è un di più in tutta questa faccenda del meno peggio, ed è nella domanda che la tesi dei suoi teorici si porta dietro: fino a che punto lo si può scegliere?

Cioè, fino a quale limite è lecito spingersi, se pure gli altri son davvero peggiori, per chiedere il consenso in virtù del relativo esser migliori? Soprattutto, fino a quale confine il singolo riesce a portarsi nell’accettarla? Perché ritengo che il tema della questione non sia da considerarsi nel suo valore generale, quanto nel rapporto fra ciascuno di noi e quello di cui si discute. Rispetto al Pd che citavo all’inizio, negli anni scorsi ho letto critiche più feroci e commenti più cattivi alla sua gestione da parte di quelli che poi ci son rimasti e han continuato a votarlo di quanto io abbia mai pensato o detto, prima di lasciarlo con un giudizio in fin dei conti più lusinghiero di quanto esposto da tanti altri suoi militanti, dirigenti e rappresentanti. Ho sentito ministri parlare di «piccole e mediocri filiere di potere» e «vere e proprie piccole associazioni a delinquere sul territorio» operanti nel partito di cui, ancora, sono esponenti, letto note di parlamentari criticare l’azione del governo sostenuta da quel partito fino al punto di configurare da parte di questo l’adozione di provvedimenti capaci di definire un «diritto diseguale», addirittura un «diritto etnico», salvo poi continuare a votare per quello stesso partito, giovani leve declinare un invito alla candidatura per contestare una quasi sorta di «ereditarietà delle cariche pubbliche», un «residuo di feudalità», ma continuare ad avallare l’una e l’altro col proprio sostegno nell’urna, senza metterlo in discussione nemmeno per ipotesi, neanche per un attimo. Ecco, ripeto, in molto meno ho trovato il punto di saturazione, ma è un problema mio. Rimane la domanda: fino a dove può invece condurre la logica della sopportazione in nome di un postulato «male minore»? E poi, perché?

No, la mia non è un’antitesi a quell’assunto volta a creare i presupposti per contraddirlo sul piano teoretico. Tutt’altro: è proprio una questione pratica, morale, arrischierei. Dallo sdoganamento progressivo del più piccolo passa la via per l’arrivo al grande. In una sorta di mitridatizzazione verso il peggio, il male, dal poco si passa al sempre di più, e ogni volta pare che l’asticella della sua tolleranza si possa spostare un po’ più in là, giustificando la traslazione, e facendosene di questa una ragione consolatoria, con l’apparire di sempre peggiori altri pericoli sulla scena, reale o presunta che sia la loro effettiva possibilità di concretizzarsi.

Davvero pensate che sopportare ancora un po’ di più sia la strada giusta? E di nuovo, perché?

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1 risposta a Ma fino a che punto potete chiedere di votare il meno peggio?

  1. Italiote scrive:

    Certo non ci saranno nuovi contenuti nel dibattito parlamentare grazie all’astensione!

    Chi vota non ha bisogno di contare quanti politici non abbiano violato l’articolo 98 del DPR361/1957 o l’articolo 51 L352/1970 (reato penale ex T.U. 5 febbraio 1948, n. 26, art. 71) ed è plausibilmente consapevole di quanto l’astensionismo favorisca un bias di autoselezione.

    Se quel 33% di astenuti votasse altro le percentuali dei big si ridurrebbero di un terzo e non avrebbero più tanti seggi per deludere le aspettative.

    Tradotto per chi non riesce a votare contro e preferisce astenersi significa che una riduzione dell’astensione sarebbe plausibilmente penalizzante soprattutto per i soliti partiti ed i loro fedelissimi.

    Non ci si meravigli se alcuni preferiscano non scegliere “indirettamente” sapendo che l’astensione sia strumentale affinché i rapporti di forza continuino a privilegiare proprio quei soggetti politici che sembrano intromettersi nei pensieri di taluni.

    Se le politiche dei maggiori partiti non soddisfano a sufficienza sarebbe razionale votare per cambiare i rapporti di forza pre-esistenti e “promuovere” qualcuno dei soggetti politici nascenti in modo che superino la “censura” elettorale.

    L’astensione aggiunge semplicemente una beffa ai danni potenziali cagionati dalla ulteriore riduzione della rappresentatività ovvero dalla mortificazione dei “valori” menzionati nei programmi già depositati (valori di cui taluni dicono di non potere fare a meno).

    Non dovrebbe essere tanto difficile ricordare che il voto di appartenenza comporti comunque -per via della frammentazione- la presunta “mitridatizzazione” e che il compromesso con l’altro da sé sia il fondamento di una democrazia pacifica.

    PS: Negazione, Rabbia, Depressione, Accettazione e Negoziazione sono gli stati emotivi in cui alcuni ritengono si muova costantemente chi si ritrovi politicamente mortificato.

    Per quale motivo tra il meno peggio ed il più rappresentativo taluni dovrebbero scegliere l’astensione?

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