Se scegliere è solo questione di nomi, a chi giova farlo?

In un commento a un mio post di due giorni fa, mi scrivono: «L’astensionsimo non ha il risultato di “negare il proprio voto” ma di neutralizzarlo. “Negare il proprio consenso” implica mutare i rapporti di forza. Riducendo una astensione che adesso sfiora il 50% potrebbero mutare (progressivamente) quei rapporti di forza per i quali si sono studiati certi (precisi) meccanismi premiali nelle leggi elettorali. Ma una simile eventualità non sembra rientrare nelle aspettative degli incumbent. Ps: cui prodest?».

Già, è vero: astenersi facilita chi vince e quelli che ci sono. Concordo. Eppure, non riesco a dar torto a chi rinuncia non potendo e non riuscendo a vedere processi per cambiare realmente lo stato dei fatti all’interno dei percorsi dati. Per dirla meglio: che cosa cambia realmente se vince questo o quello? Nell’ultimo ventennio, lo stesso in cui più forte nel nostro Paese è stata la retorica dell’alternanza democratica per via elettorale, le politiche messe in atto nei temi di fondo possono iscriversi tutte nello stesso solco; quello che parla di più libertà per il mercato e meno diritti per chi lavora e quello che spiega la necessità di accentrare i poteri nei vertici, dell’economia o della politica, riducendo gli spazi e i modi della partecipazione. All’elettore dinanzi alla scelta fra Berlusconi o Renzi, cosa rimane, se l’assunto è quello, riprendendo le parole di quest’ultimo, che le promesse dell’uno le realizza l’altro? Ecco, in quell’ottica, come mi veniva chiesto con le parole della Medea di Seneca: cui prodest quella scelta fatta esclusivamente di nomi?

Certo, per i “nominati” può essere differente che a venir scelti siano questi o quelli, ma per tutti gli altri? In quale forma o maniera si è segnata una discontinuità nella teoria di applicazioni pratiche che hanno segnato la traduzione delle idee politiche dei vari partiti alternatisi al governo? È in questo, io credo, la ragione e la radice di quella sfiducia e disaffezione che poi, alla fine, strade diverse e differenti non trova nell’atto elettorale se non sottrarsi a una scelta che, in concreto, non ritengono essere tale.

E non significa che così gli stessi rinunciatari dell’urna rinuncino del tutto a fare politica. Perché la tesi per cui questo sia un abbandono tout court dell’interesse e dell’impegno politico è semplicemente figlia di una rinuncia ancor più profonda, quella a pensare che la politica e le sue vie possano passare pure per sentieri non praticati da chi si contenta di contare i voti e distribuire i seggi.

C’è tutto un mondo là fuori, ed è anche questo dannatamente politico, persino più di quell’altro.

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1 risposta a Se scegliere è solo questione di nomi, a chi giova farlo?

  1. Italiote scrive:

    Come è possibile che si sfiori il 50% di astensione senza che il desiderio di alternative trovi rappresentanza?

    Partendo dalla premessa che la riduzione dell’astensione non rientri nelle aspettative degli incumbent (e ci si dovrebbe chiedere perché costoro non mostrino particolare interesse a ridurla) si potrebbe ravvisare l’utilità di individuare con quali meccanismi una certa disrappresentatività si consolidi in modo da potere provare a provi rimedio e non rischiare di amplificarli.

    Anche se si dubitasse che la velocità con cui aumenti l’erosione dei diritti progredisca di pari passo con l’astensione, basterebbe considerare in che misura gli incumbent sembrino cercare consensi imitando proposte a destra ed a manca per constatare non ci siano incentivi ad inseguire quelle sostenute da “decine di milioni” di astenuti.

    Lungi dall’ipotesi di influenzare gli incumbent, la mole dell’astensione sarebbe tale da raggiungere la maggioranza relativa cioè un livello tale da vanificare risultati elettorali “prevedibili”, ostacolare l’erosione di diritti o almeno provare ad indire referendum abrogativi.

    Sembrerebbe ragionevole che l’assenza di opzioni elettorali contrarie alla “erosione dei diritti” venga effettivamente appurata ad ogni occasione di voto senza discriminare nessun soggetto politico sulla base delle dimensioni (il tormentone del voto “utile”)

    La rinuncia più profonda sarebbe da considerare proprio quella di marginalizzare il nesso tra il rifiuto dell’esercizio del “dovere civico” del voto (costituzionalmente sancito) e le conseguenze che ciò genera sul mondo là fuori (e le sue leggi).

    PS: Nulla di tutto questo ha a che vedere con l’andazzo dei “nominati” che sono conseguenza del desiderio (epidemico) di “disciplina di partito” per imitare grossolanamente un sistema che riduca il numero di parlamentari ai soli i capi politici in grado di superare le soglie elettorali “ad hoc” con il proprio “menu d’autore” (cioè un sistema direttoriale “antitrasformismo” compatibile con la “personalizzazione” della politica 😀 )

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