Un caporale che si chiama Algoritmo

«Il processo produttivo è gestito attraverso un’applicazione che fa capo a una piattaforma digitale tramite cui vengono raccolti gli ordini che sono trasmessi in tempo reale ai relativi ristoranti e il fattorino di riferimento della zona riceva la notifica di una nuova consegna da fare. A decidere chi sarà incaricato della consegna è l’algoritmo. E questa è forse l’unica vera novità di regolazione e organizzazione dei rapporti di lavoro». Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, 2017, pagina 33.

Sebbene con le dovute differenze fra un sistema di istruzioni e una persona viva e dotata di volontà autonoma, si potrebbe quasi dire che l’algoritmo sia il nuovo caporale nei processi di sfruttamento a cui sempre più spesso la cosiddetta gig economy ci sta purtroppo nuovamente portando. E se pensate che sia ingiusto il paragone, perché il primo applica solo regole che un uomo ha scritto mentre il secondo, da uomo, può scegliere cosa fare, sappiate che pure i caporali non sono giusti e magnanimi anche perché nessuno chiede loro di esserlo. Applicano il concetto che altri gli chiedono di applicare: ottenere il massimo lavoro spendendo il meno possibile. Se ci pensate, in quel sistema di contenimento dei costi e incremento del carico lavorativo, la schiavitù è il punto a cui tendere. In un meccanismo in cui un fattorino viene premiato dalle regole scritte nel procedimento di calcolo che porta alla sua chiamata se corre più veloce e non salta mai un turno di consegne, a uno schiavo trillerebbe in continuazione lo smartphone.

Di più: una certa vulgata indotta dall’alto vorrebbe il sistema «obiettivo». Almeno, i cafoni che vendevano le braccia per fame potevano avere l’illusione di poter farsi scegliere e trattar meglio dai loro caporali, con le buone o con le cattive. L’algoritmo, invece, pare diventare l’alibi perfetto per un sistema di sfruttamento (no, un’altra parola non ce l’ho) che arricchisce i capitalisti ben più di quanto si arricchivano i latifondisti di allora.

Ovviamente, alibi. Perché lo sappiamo tutti che se un algoritmo fosse pensato per essere equo, lo sarebbe. Se invece lo si pensa per spremere tutto lo spremibile da un essere umano, quello farà. Ma non essendo, da calcolo qual è, accusabile di «partigianeria», l’intero impianto che qui, quasi a mo’ di sineddoche e per semplificazione, continuo a chiamare col solo suo nome, si cerca di farlo passare, appunto, per «obiettivo».

Volendola dire tutta, nemmeno i caporali erano completamente responsabili del sistema che prese il nome da loro. Anzi, forse lo erano in minima parte, sfruttanti anch’essi solo poco meno dei braccianti sul cui lavoro intermediavano. Ma al loro nome è legato tutto il marcio di quel mondo, mentre i padroni della terra e pure del loro ruolo, danno ancora il proprio cognome ai paesi, ai palazzi, alle strade.

Un po’ come accade oggi: il cattivo, semmai nella storia della economia del futuro possa essercene uno, è l’algoritmo, mentre chi sulle scelte che attraverso di questo si calcolano si arricchisce è invitato e applaudito nei salotti televisivi. E si permette pure il lusso di minacciare querele se qualcuno osa dire che su di un lavoro pagato poco e male è costruita buona parte della ricchezza che gli consente la vita agiata che conduce.

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