Con quei dati economici, il Pd dovrebbe essere al sessanta per cento

Ancora ieri, altri dati economici e occupazionali diffusi dalle rilevazioni statistiche sul secondo trimestre del 2017 dipingevano un quadro a tinte rosee della situazione del nostro Paese e soprattutto del futuro che lo attende. Da un po’ di tempo, infatti, tutti gli istituti e i centri di studio confermano la crescita del numero dei lavoratori, l’aumento del Pil e della produzione industriale, la ripresa dei consumi interni e delle esportazioni. Insomma, un’Italia in grande spolvero. Merito, dicono gli informati, delle riforme messe in campo dai governi attuale e precedente.

Bene, io non ho motivi per non crederci. Mi domando solamente, a questo punto, da cosa nascano i timori per la possibile ingovernabilità quale esito più probabile delle prossime elezioni nazionali. Qualcosa non torna: se quelli sono i dati di economia e occupazione, e non possiamo non crederci, e se questi sono merito, come dicono quelli che sanno, delle azioni dei governanti, il partito di governo, il Pd, dovrebbe agilmente superare la soglia per l’accesso al premio di maggioranza alla Camera e, credibilmente, aver pochi problemi a trovare una maggioranza al Senato con altre compagini responsabili, ugualmente beneficiate dall’apprezzamento figlio dei traguardi conseguiti e, per responsabilità, off course, pronte a sacrificarsi per soccorrere il (meglio se quasi) vincitore. Anzi, visto che così stanno le cose, se davvero così stanno, non vedo motivi per cui quella forza politica non debba raggiungere la maggioranza assoluta dei votanti da sola, o superarla, per arrivare, che so, al cinquantuno, che dico, al sessanta per cento dei voti. Chi potrebbe non votare gli artifici di un simile miracolo? Giusto quei quattro gufi rosiconi che infestano le paludi del non-cambiamento.

Prima che mi rispondiate con la solita menata sugli invidiosi che masticano sempre amaro e cercano ogni volta di far fuori quelli che vogliono fare, lasciate che vi citi una frase che mi è incidentalmente tornata alla mente in questi giorni, e che incidentale lo è in tutto, scritta tra parentesi, quasi fosse per sbaglio nel libro che la contiene, L’orologio di Carlo Levi: «della forza, della capacità, dell’abilità degli avversari bisogna sempre far conto – ed è la più vana delle abitudini il vezzo italico di accusare, piangendo, i nemici, delle proprie sconfitte».

Ecco, per dire.

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