La disaffezione di quanti qualcosa sanno

«Ti risponderanno: “perché danno alla politica la colpa della loro incapacità e frustrazione”». Così un sempre preciso amico su Facebook ha commentato il mio post-domanda di qualche giorno fa. Certo, se data dalla classe dirigente a cui l’interrogativo si rivolgeva, sarebbe una risposta peggiore di quel (probabilmente falso) «mangino brioches», ma il mio amico era nel giusto: loro risponderebbero così. Ecco perché era giusto anche il suo indicativo, più giusto e opportuno del mio condizionale.

Le sue parole, però, me ne hanno fatte venire in mente altre, di più di trent’anni fa. Intervistato da Eugenio Scalfari (per La Repubblica dell’11 aprile 1983, in Marco Damilano, Processo al nuovo, Laterza, 2017), Ciriaco De Mita osservò: «Facciamo attenzione: se gli uomini politici continueranno a usare formule inconcludenti, la gente rifiuterà la politica. Temo il rifiuto della politica per colpa dei politici. Badi, il qualunquismo di trent’anni fa riguardava gruppi sociali culturalmente impreparati, ma oggi il rifiuto della politica è un campanello d’allarme molto più preoccupante perché proviene da gruppi sociali avvertiti, culturalmente e professionalmente qualificati». Ecco, credo che il problema sia qui. Ma credo pure che, ai politici, non interessi affatto. Anzi, meglio: se quei «gruppi sociali avvertiti, culturalmente e professionalmente qualificati» di cui parlava il vecchi democristiano si disinteressano alla politica, sarà più agevole per il funzionariato politico attuale farsi passare per adeguato al ruolo che ricopre, non avendo, sul suo stesso terreno, altri modelli con cui confrontarsi.

E così, potrà e può permettersi persino la spocchiosa censura delle opinioni di critica nei loro confronti. Un po’ come quel ministro divenuto tale per sottrazione che poco tempo fa si esibiva in piroette improbabili danzando la sua felicità per non aver più «tra i piedi» quei giovani andati all’estero a cercar quella fortuna che lo Stato che lui e i suoi pari guidano non è stato capace di offrire nemmeno in potenza, praticando, al contrario e in atto, una chiusura castale e di ceto che esclude tutti quelli che nelle sue dinamiche, in un modo o nell’altro, non siano già compresi.

Come non potevano queste mie stesse frasi non farmi pensare ad altre, infinitamente migliori, per stile e contenuto: «Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi».

Al paese di cui parlava Carlo Levi, date ora il nome che volete.

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