Perché era quello che volevano sentire

«Eppure», si chiede Paolo Valentino sul Corriere della Sera di giovedì scorso a proposito della vicenda dell’architetto personale di Hitler e ministro del Reich oggetto di una mostra rivelatoria del suo vero coinvolgimento nei crimini nazisti allestita in una sua stessa creazione a Norimberga e curata da Martina Christmeier e Alexander Schmidt, «le giustificazioni di Speer vennero pienamente accettate in Germania, mentre era ancora in vita. Perché?».

«Perché era quello che i tedeschi volevano sentire – spiega Schmidt –, se perfino lui, che era nel cerchio magico di Hitler e una delle figure di punta del Reich, non sapeva cosa stesse succedendo, allora chiunque altro poteva dire in coscienza “anch’io non ne sapevo nulla”. Il suo racconto assolveva l’intera società tedesca, dopo il 1966 il ruolo di Speer è stato nefasto nel confronto della Germania con il passato nazional-socialista». Giudizio tremendo, ma fondato, al quale lo stesso Valentino aggiunge una chiosa apparentemente leggera, nei fatti, agghiacciante: «Non poco contribuirono il suo carisma, la sua cultura, la bella presenza, la rassicurante immagine borghese che faceva a pugni con l’iconografia bovina e criminale dei nazisti». Già, perché si tende spesso a dimenticare che la manovalanza fu la brutale carogna raccattata ai margini della società, ma l’antisemitismo e tutto il suo corollario di follie scambiate per teorie ebbe natali e cure nell’ambito della buona e benpensante borghesia tedesca ed europea.

Il Centro di documentazione bavarese che ha curato la selezione e la raccolta dei materiali che fino al 26 novembre saranno esposti al Doku-Zentrum ha condotto un lavoro certosino per smontare l’aura che, al momento del suo rilascio, fece di Albert Speer un fenomeno di moda e un’attrazione per media e cenacoli intellettuali. D’altronde, gli stessi ambienti nulla dissero, se non le poche e mai abbastanza ringraziate eccezioni, trent’anni prima, quando il nazismo manifestava tutto il suo essere totalmente apparente e comprensibile, anche senza conoscere a fondo le realtà di  Mauthausen o Auschwitz.

Non lo si volle vedere allora e fece comodo credere all’ignoranza dopo; ma era lì, da sempre.

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