Il problema non è il capo velato, semmai la differenza nel genere

«Potresti provare a fare il blogger a Riad», mi scrive un amico su Facebook a commento di una mia osservazione sul velo delle Trump, moglie e figlia (e con un look a metà strada tra una puntata degli Addams e la scena di un funerale nel Padrino) indossato in occasione della visita al Papa dopo che per giorni la stampa occidentale aveva lodato la scelta di non metterlo nella visita in Arabia Saudita. A parte che gli alleati di Riad sono quelli che con quel governo fanno affari miliardari, tipo Trump (a proposito, non era un razzista, xenofobo e fascista? Ora tutti lì in fila a stringergli la mano? Cos’è, s’è convertito sorvolando Damasco?) o lo stesso Stato italiano, non ho capito la battuta.

Come non ho capito altre osservazioni che sempre lì ho trovato. Un contatto mi scrive, ad esempio che il velo «in Vaticano portato dalle donne è una semplice tradizione e soprattutto un semplice simbolo di rispetto verso il Papa. Il capo coperto islamico è un obbligo imposto e ha tutt’altro significato che arriva al palesamento della discriminazione e della sottomissione». Può essere, ma sono quasi sicuro che la stessa fermezza insita in questa tesi la potremmo ritrovare nell’asserzione di milioni di donne musulmane, pronte a rivendicare la totale libertà nella propria scelta di velarsi. «I protocolli sono antichi, il velo in testa le cattoliche lo mettono per Dio», mi spiega una cara amica. E non lo metto in dubbio. Però, per me, il punto è un altro: perché a nessun Donald si chiede di fare quel che le Melania e le Ivanka devono? La questione non è il velo, ma la disparità: perché lo stesso «simbolo di rispetto» non si chiede pure agli uomini? Perché, cattolici o islamici che siano, agli uomini non è chiesta la medesima forma di tradizionale deferenza?

Io sono cresciuto vedendo le anziane delle mie parti «nel nero del lutto di sempre» e di alcune conosciute bene ignoro ancora il colore o la lunghezza dei capelli; perché, per il rispetto dello stessa perdita, ai loro compagni bastava un bottone nero sul gilet o sulla giacca? Perché una sportiva deve ottenere dispense e autorizzazioni a combattere coperta fino ai polsi nella disciplina in cui era musulmano il più grande campione di tutti i tempi, senza che a lui nessuno abbia mai chiesto di indossare tenute diverse dagli altri? Perché a questa disparità fra i generi dovremmo rassegnarci, mentre su altre, anche solo nominalistiche e terminologiche (e con una pedanteria che non di rado produce effetti ben oltre il limite del ridicolo), chiamate alla battaglia quotidianamente?

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