Chiamale, se vuoi, intimidazioni

«Ieri, con i soldi degli italiani – due milioni e mezzo di euro per il 2017!!! – si è consumata la consueta diffamazione. Quel che è più grave è che essa è stata perpetrata da parte del servizio pubblico. Il presidente di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, annuncia, dunque, di avere dato mandato ai propri legali per denunciare autori e conduttori di Gazebo in sede civile e in sede penale».

Così la nota diffusa dal partito del ministro degli Esteri, con tanto di tre punti esclamativi in successione. Io non guardo Gazebo, ma sto dalla loro parte. Perché sto sempre al fianco di chi lotta per la libertà di satira e perché, non vogliatemene, non starò mai dove sta Angelino Alfano. Vedete, in un mondo normale, il popolo italiano dovrebbe chiedere i danni per il solo fatto che alcune persone si trovino, con le qualità che hanno, a rivestire ruoli istituzionali e di alta rappresentanza, come appunto quello al vertice della Farnesina e, prim’ancora, del Viminale. Aggiungendo l’oltraggio al danno, le stesse si arrogano il diritto di minacciare, sì, minacciare denunce a quanti abbiano l’unica colpa di mantenere l’innocenza del bimbo nella favola di Andersen e indicare i fatti per quelli che sono, comprese le virtù dei protagonisti che li compiono.

Questo atteggiamento intimidatorio, soprattutto con la sgradevole precisazione che la Rai è televisione pubblica, quindi dello Stato, quindi, si lascia intendere, a loro sottoposta, perché del potere dello Stato sono i detentori,  è irricevibile. Eppure, non sento le indignate penne e gli alti lai degli opinionisti dir nulla su questa cosa, quasi che alla fine, un po’ a tutti, stia bene che quella trasmissione chiuda.

Dopotutto, dal governo alle opposizioni, in questa stagione di piccole donne e uomini piccoli finiti sul proscenio della grande politica per sottrazione, l’attacco alla libertà di critica e commento (a proposito, è stato già querelato De Bortoli?) è lo sport preferito. Dalle rubriche contro giornalisti del giorno alle votazioni sui titoli della stampa, dalle intemerate verso gli scrittori alle censure autoimposte nei «facciamo che non ero» (e che sono più tristi del potere tritamente arrogante), lo scenario non è dei migliori.

Su una cosa, però, i potenti potrebbero aver ragione: canzonarli è scorretto. O meglio, è superfluo.

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