L’italiano “macronico”

Come accadde nel 2008 per la prima vittoria di Obama, così oggi il dibattito pubblico nostrano è tutto incentrato sullo scoprire chi sarà il Macron italiano, quale tra i protagonisti della scena politica della penisola ha le migliori caratteristiche per poter imitare il percorso del neo-inquilino dell’Eliseo e replicarne il successo. Insomma, quello che fra tutti è più “macronico”.

I primi a lanciarsi in quest’avventura, nemmeno a dirlo, sono stati i vari fan club di Matteo Renzi, che con un fotomontaggio ai limiti dell’imbarazzo hanno già accostato le due figure, azzardando uno spericolato parallelismo fra il dato elettorale francese e quello delle primarie del Pd. Sinceramente, al di là dell’assonanza fra gli slogan En Marche! e In Cammino! (che a farla meglio, pure il nostro avrebbe dovuto giocare sulle iniziali del proprio nome, tipo, che so, Magari Ritorno lanciato subito dopo il ritiro a vita privata ma anche no minacciato o promesso, a seconda dei gusti, dopo il referendum costituzionale), non vedo altre similitudini. Emmanuel Macron è uno che si è diplomato all’Ena, la scuola che prepara l’alta burocrazia d’Oltralpe, ha collaborato con Ricœur, ha lavorato come funzionario del ministero delle finanze prima e dirigente di banca poi, si è avvicinato alla politica solo nell’ultimo periodo, prima come consigliere di Hollande e poi come ministro, ha lasciato il suo partito per fondare un movimento tutto nuovo, parla di complessità e lo fa fin nella scelta delle parole (a partire dal ripetuto intercalare «al contempo») e spiega le bandiere europee ai suoi comizi. Renzi, invece, ha fatto solamente politica nella sua vita, deplora quanti lasciano o hanno lasciato il partito che guida, deride i professoroni, nasconde i vessilli europei nelle inquadrature, ce l’ha con i burocrati, è innamorato dell’estetica facilitante delle app per l’iPhone tanto da articolare l’intero suo apparato retorico lungo gli assi della semplificazione e della reductio a tweet. Cos’avranno mai in comune?

Ma si sa, noi siamo di bocca buona (non di rado pure di orecchio, visto quanto ci piace l’inglesorum dei nostri governanti) e quell’interminabile provincialismo che ci anima, che Dio lo benedica e lo conservi, ci fa cercare di leggere le nostre vicende alla luce di lampade altrui. Un tempo fingevano di sapere ogni cosa del voto in Ohio o nel Delaware, ora compassiamo a memoria i passi fatti da Macron nella sua camminata, dal tono vagamente gaullista, per non dire bonapartista, e con una spruzzata di allure mitterandiana che non guasta mai, all’ombra della piramide del Louvre.

Nell’attesa di scoprirci esperti di flussi elettorali del Mecklenburg-Vorpommern, s’intende.

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