Se il mio voto è più simile a quello dei ricchi che a quello dei poveri, allora ho un problema

«Qual è l’elettore tipo di Macron?», chiede l’intervistatore per l’edizione bresciana del Corriere della Sera a Caterina Avanza, collaboratrice del candidato all’Eliseo per la campagna elettorale e la comunicazione. «Più sei colto, più hai diplomi, più lo voti: non è questione di soldi, ma di cultura. Per questo la sua riforma della scuola è così importante». Roba da far mettere mano alla matita e votare per la Le Pen senza pensarci su un attimo.

No, non è una battuta. Non voterei per la candidata del Front National in nessuna circostanza, però la supponenza e la presunzione con cui si muovono i supporters del giovane ben vestito e tanto modesto da fondare un movimento politico con le iniziali del suo nome, come fosse il marchio su una costosa camicia di sartoria (En Marche!, Emmanuel Macron) mi fa comprendere il motivo per cui molti lo faranno. Marine Le Pen non si pone su un piedistallo dimostrando, con malcelato sprezzo, in tutti i suoi atteggiamenti di essere migliore di quelli a cui chiede i voti, a partire dalla lingua usata nel chiederglieli. E così capita che la cartina geografica dei risultati elettorali sia quasi completamente sovrapponibile a alla mappa delle stratificazioni sociali, con le parti povere dei territori che votano per le forze “anti-sistema” e quelle ricche che si schierano a difesa dell’establishment e dei suoi campioni. Ma non lo fanno perché benestanti, jamais; lo fanno perché colti, altro che quei buzzurri delle periferie. E se il mio voto è più simile a quello dei ricche che a quello dei poveri, allora c’è qualcosa che non mi torna o che ho sbagliato.

Prima che banalizziate il ragionamento con un usato e stanco «il popolo non ha sempre ragione», vi fermo: sì, lo so. E nemmeno le élites. Io però sono preoccupato non del fatto che il popolo abbia o meno i suoi torti, ma dei limiti dell’azione e del racconto politico della sinistra, tanto fuori tracciato che queste forze non sono più riconosciute da quelli che sono in difficoltà nel mondo che hanno intorno. E lo so che per molti di quanti votano per i partiti eredi delle tradizioni socialiste e popolari quel rancore che si esprime nel voto non è altro che la rappresentazione di una frustrazione per aspettative piccolo borghesi non realizzatesi. Così come, per gli stessi, sono sogni da piccola borghesia tradita le file all’outlet, le domeniche ai centri commerciali, gli alti indici di share dei programmi a premi e dei reality più improbabili. Però noi un mondo nuovo pure per loro non l’abbiamo creato.

E infine, anche se così fosse, se quella è piccola e media borghesia, chi sono quelli che la criticano, non essendo mai stati proletari e contadini? Come si identificano? E perché mai dovrei sentirmi più dalla parte di questi censori che non di quanti, rispetto a essi, sono sicuramente più deboli, meno attrezzati per competere nell’acquario dei pesci grossi e capaci quanto potenti e spietati, spaventati dalla precarietà delle proprie esistenze prim’ancora che incattiviti dalle difficoltà del quotidiano vivere?

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