Quelle élites culturali al livello dei rancorosi

Segnalato da un amico su un social, ho letto il bel pezzo di Valerio Mattioli per Prismo, Orgoglio élite. Del puntuale e interessante ragionamento complessivo, allegramente giocato sui registri di un’ironia non esagerata, un passaggio mi ha particolarmente colpito: «Ma c’è un’altra élite a cui i membri della classe creativa quasi mai appartengono: quella economica. Al contrario: come ricorda Francesco Guglieri in un altro articolo ancora su Pagina 99, le “élite culturali sono socialmente ed economicamente disagiate tanto quanto gli indignati di turno”. Detta altrimenti: i giovani professionisti urbani e progressisti che pure in questi mesi hanno interpretato la parte dei più esagitati apologeti dell’orgoglio elitista, sono una figura ricorrente al limite dello stereotipo di quel mondo di mezzo fatto di lavori precari e malretribuiti, incertezza sul futuro e sfruttamento».

Io meglio non saprei dirla. I cosiddetti ceti medi riflessivi spesso hanno condizioni economiche e sociali non dissimili dai rancorosi. Anzi, non di rado vivono condizioni di precarietà e limitazioni anche peggiori. Eppure, sono proprio questi i più strenui paladini di quelle élites a cui sentono di appartenere, per quanto esclusivamente sotto un profilo culturale. Fortunatamente, il mio ancoraggio pratico alla voce “netto a pagare” della mia busta pratica m’impedisce di sentire vocazioni aristocratiche, nonostante possa capitare, saltuariamente, che abbia letto un libro in più del malmostoso avventore da bar pronto a vomitare astio su qualunque forma di vita diversa da sé, ma la domanda rimane: a loro, a quelli di cui tutto si può dire tranne che menino vita da nababbi, alla «classe creativa», ai «giovani professionisti urbani e progressisti», per usare le definizioni di Mattioli, chi glielo fa fare di ergersi a «esagitati apologeti dell’orgoglio elitista»?

Davvero non capisco. Certo, ci sarebbe da prendere in considerazione il punto attuale dello stato dei fatti nei tempi che viviamo. Continuamente ripresentati, per fare un solo esempio, i dati sulla frequentazione di biblioteche e librerie dei nostri connazionali ci dicono che più della metà degli italiani legge meno di un libro. Leggerne due può dar la sensazione d’essere al vertice delle caste acculturate, ma è pur sempre e solo una prospettiva falsata dal livello delle condizioni di partenza delle statistiche utilizzate.

Punto questo che lo stesso Mattioli coglie, quando si chiede: «Di cosa parliamo, oggi, quando parliamo di “élite culturale”? Di dotti epsitemologi che discettano di falsificazionismo e conoscenza sensibile? Di dantisti che intavolano accesissimi dibattiti sull’allegoresi del IV canto del Paradiso? Forse. Anche. Perché no. Ma se analizziamo ancora una volta i consumi culturali attorno a cui si è andata definendo l’identità della classe creativa, troviamo tuttalpiù rapper milionari che finiscono puntualmente in heavy rotation, telefilm prodotti da network quotati in borsa, supereroi Marvel debitamente psicologizzati e smaliziati comici candidati agli Emmy Awards. In una parola: la cultura di riferimento delle nuove élite, altro non è che la cara, vecchia, a suo tempo vituperata cultura pop. Solo che è un pop depoppizzatogentrificato, depurato da qualsivoglia scoria popolare».

Insomma, Alessandro Baricco non è James Joice, anche se sempre a un libro letto equivale sfogliare il suo Oceano mare o perdersi nelle pagine dell’Ulisse dell’altro. Detto ciò, il discrimine economico-sociale è ineludibile. Lettori di fumetti o filologi classici che siano, comunque meglio preparati dei vicini di casa, sempre negli stessi quartieri di questi vivono: perché spendono energie per difendere dal loro rancore quelli che possono permettersi, se non ville in collina e attici sui parchi, almeno ricchi e comodi cinque camere più servizi in centro storico?

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