Eppure, qualcuno ha guidato nel condurci fin qui

«Né a Berlino né a Parigi c’è pericolo di restare senza un governo: esistono i problemi politici, ma anche gli strumenti per affrontarli. In Italia invece si sono persi due anni a inseguire il cosiddetto “Italicum”, uno schema farraginoso e ingiusto alla fine dichiarato incostituzionale. E adesso le Camere sembrano non avere l’energia e forse nemmeno la volontà per affrontare la questione in tempo utile. È in corso un grande conto alla rovescia al termine del quale potremmo ritrovarci al buio e pochi dimostrano di averne consapevolezza. Lo scenario che prende forma si chiama Weimar, la Repubblica tedesca che si dissolse nell’inconcludenza rissosa — è il caso di dirlo — fra gli anni Venti e i primi Trenta. L’esito è noto». Così Stefano Folli, nella sua nota quotidiana su la Repubblica dello scorso 6 marzo.

Ci si potrebbe chiedere dove sia stato Folli nei mesi in cui quell’Italicum che oggi definisce «farraginoso e ingiusto» andava definendosi, ma transeat. Oggi però ci dice che il rischio che corriamo è paragonabile a una sorta di nuova Weimar; addirittura! Per natura, non sono così pessimista e diffido dalle facili spiegazioni del presente in salsa pseudostorica, ma se dall’alto di quelle colonne il periglio è avvistato, insomma, potrebbe esserci del vero. Mi chiedo solo una cosa: se siamo qui, a un passo dalla dissoluzione del sistema e al tramonto su un futuro che potrebbe essere tanto oscuro, a chi dovremmo imputare la responsabilità? Appena qualche anno fa, da più parti ci si sperticava nelle lodi alla sagace baldanza della nuova classe dirigente, alla sua perizia e al vigore delle sue azioni; c’entrano qualcosa nello stato delle cose che viviamo? In che misura quanto abbiamo davanti, se è così nero come scrive Folli, è il portato dell’agire di quello che fu celebrato come il Parlamento più giovane e rinnovato della storia della Repubblica?

Ripeto, io non credo che il notista del giornale fondato da Scalfari abbia ragione. Ma se mai ne avesse qualcuna, allora sarebbe necessario indagare le cause dei mali che denuncia. E che certo non potranno essere rintracciate nelle scelte di chi là dove s’è deciso quel che si voleva e fatto quanto si aveva in mente non c’è stato, se non per la misura in cui l’ultima ruota del vagone di coda porta i meriti o le colpe per la direzione che il treno intraprende.

Dopotutto, la “meritocrazia” di cui tanto parlano e che a ogni occasione trovano il modo di elevare a panacea di ogni singolo problema e soluzione per tutte le questioni è questa roba qua: valutare le competenze verificando i risultati. Vogliamo provare a misurarli con gli stessi metri che propongono di usare?

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