Gli strani effetti della modernizzazione. Un racconto

«Sai», dice al collega un impiegato sempre aggiornato sulle ultime novità e le evoluzioni dei programmi gestionali, «ho visto la presentazione di un nuovo software per il trattamento dei flussi e delle operazioni connesse alla registrazione e archiviazione dei documenti. In pratica», aggiunge sempre più soddisfatto e pregustando lo stupore che le sue parole, ne è sicuro, imprimeranno nel volto del suo amico, «arriva una fattura in formato elettronico, il programma la riconosce, ne ricerca e rileva i dati interessanti, la protocolla e, individuando anche gli importi attraverso le funzioni in html, procede pure alla sua registrazione fra i documenti contabili. Cioè, il lavoro di protocollazione mio e quello tuo di registrazione della fattura li fa in automatico il programma». S’interrompe quasi di scatto, stupito lui dalla mancanza di un identico sentimento che pensava di dover scorgere nell’interlocutore. «Ti sto annoiando?», chiede.

«No, non è quello», risponde l’altro, «è che pensavo che non è tutto così positivo». «In che senso?», ancora più stupefatto il primo. «Nel senso che non lo è», è la replica senza emozioni. «Ma come», riprende l’amante dell’informatica, «ti dico che c’è un programma che fa il nostro lavoro, e che quindi potremmo non dover più preoccuparcene, e non la ritieni una cosa positiva? Davvero non capisco». «Per me», spiega lo scettico, «invece è semplice: se un programma fa quello che facciamo tu e io, chi di noi due perderà il posto per primo? Quale dei nostri due lavori sarà considerato obsoleto e inutile? Certo, l’evoluzione non si può arrestare, di sicuro non possiamo riuscirci noi due. Però, ora, entusiasmarmi per un software capace di rendermi superfluo è un po’ troppo. Ho più di cinquant’anni, me ne mancano ancora oltre quindici alla pensione, sarò in grado di apprendere modi nuovi per lavorare, saprò stare al passo con i tempi che continuano ad accelerare mentre io, inesorabilmente, invecchio e fatico sempre di più ad adeguarmici?». Il raggiante per le innovazioni, a quel punto, si fa pensieroso e taciturno.

È solo un racconto, senza pretese o morali di fondo. E dice solamente una cosa: che la competitività nel tempo che corre, forse, non è sempre così positiva. Ci penserà poi il computer, titolarono più id trent’anni fa un loro album I Nomadi, e credo che ci siamo arrivati. Adesso, le strade che si aprono non sono poi tante. Direi due, in buona sostanza.

Possiamo tutti continuare a credere d’aver qualche chance nel tentativo di sconfiggere in velocità e prestazioni le macchine nei lavori ripetitivi, perché non tutte le mansioni sono creative o ingegnose, e condannarci a una folle corsa senza fine apparente, o possiamo cominciare a pensare che la giornata di otto ore lavorative era una rivendicazione della fine dell’Ottocento, già vecchia quando fu conquistata nel Ventesimo secolo, e quindi immaginare che quelle stesse macchine riescano davvero a liberarci dal lavoro. Pensando però in questo caso a come redistribuire meglio la ricchezza prodotta da queste, senza che continui ad affluire inesorabilmente nei forzieri dei nuovi padroni del mondo, già troppo ricchi per riuscire a sopravvivere ai loro averi.

L’unica cosa che non possiamo fare e fingere che non stia succedendo nulla.

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1 risposta a Gli strani effetti della modernizzazione. Un racconto

  1. Lorenzo Feltrin scrive:

    Sono un pensionato e devo dire anche tra quelli meno sfortunati. Non so se essere più preoccupato per coloro che non riusciranno a stare al passo coi tempi o più per i nostri nipoti e le generazioni che verranno. Certo che e’ sempre più urgente una rivoluzione culturale e sociale affinché non si affermi l’accumulo di capitali, come d’altronde sta già avvenendo, per una più equa redistribuzione del reddito derivante dalle nuove tecnologie. E credo che tutti dovremmo rimboccarci le maniche per intraprendere questo nuovo percorso.

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