Nulla di più “antiamericano”

L’emozione che ho provato sedendomi su una di quelle panchine in legno è inesprimibile. Ricordo ancora l’odore di quello stanzone, il rosso del suo pavimento e il bianco delle piastrelle nei dormitori. Attraversare quegli ambienti era come guardare negli occhi di tutte quelle moltitudini che lì si riversarono nei decenni. Gli stanchi, i poveri e le masse infreddolite di cui canta Emma Lazarus nei suoi versi dedicati all’enorme statua che poco distante, su un altro isolotto, svetta guardando l’Atlantico.

Ellis Island, per me, è l’America. Come lo fu per il mio bisnonno quando se la vide sotto i suoi piedi all’inizio del secolo scorso, scendendo da uno di quei bastimenti, l’Aller, armato dal Lloyd Germanico e salpato da una miserrima Italia verso la speranza. No, non era la libertà che cercavano quei cafoni stipati in terza classe, ché di quella non avrebbero saputo cosa farne, se non bestemmiarla. Era l’approdo delle loro aspettative che immaginavano di trovare al di là di quel mare che nemmeno sapevano quanto fosse profondo e vasto. E come quel lembo di terra fu l’America per i milioni che per esso vi entrarono. Perché l’America, perché gli Stati Uniti sono la terra degli immigrati, ecco perché è quanto di più “antiamericano” si possa immaginare la chiusura, culturale e ideologica prim’ancora che materiale, dei loro confini a quanti sono «scossi dalle tempeste» che stiamo vedendo in queste ore perpetuata dal loro commander-in-chief.

Certo, so che Trump l’hanno votato anche per quelle parole. E so pure che la maggioranza degli americani, probabilmente, davvero nel proprio profondo sentire non aborre quelle sue decisioni. So tutto questo. Però so anche che quella maggioranza e quegli americani sono tali solo, e lo sono solamente perché, sono arrivati con qualche minuto d’anticipo su quelle sponde nell’orologio della storia.

Chiesero asilo e venne concesso. Oggi altri chiedono a loro di fare altrettanto. Perché questa è la ragione di quel posto, altrimenti non è un sogno d’opportunità, ma la prosecuzione delle miserie umane del vecchio mondo su lidi nuovi. O forse è davvero soltanto questo, ed è il resto a essere un’invenzione buona per scrivere versi dorati sotto una statua che è nel suo bronzeo e imperturbabile viso che incarna al meglio l’indifferenza verso gli ultimi, fossero pure solo gli ultimi arrivati.

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