Di banche, disuguaglianze e demagogie

Prima di tutto, una precisazione: questo post è una critica a me stesso. Nel senso che tutti gli atteggiamenti su cui di seguito esprimerò un giudizio negativo sono miei ancor più che di altri, e quindi non voglio in alcun modo tenermi fuori dal novero di quelli che con le mie parole prenderò a modello dei comportamenti che qui riporterò. Fatta la doverosa premessa, proverò a spiegare quello che penso da un po’ di tempo con sempre maggiore convinzione.

Noi (ho detto che mi metto fra quelli che, a mio parere, sbagliano) ci ritroviamo spesso a discutere e argomentare sulla mancanza di democrazia interna del M5S, sulla loro gestione allegra e inconcludente delle alleanze nel Parlamento europeo, da Farage all’Alde e ritorno, per intenderci, senza passare da un’analisi politica sulla necessità, o anche solo l’opportunità, delle due posizioni, o sulla classe dirigente che non hanno e nemmeno vogliono avere. Tutto vero, per carità, e nelle nostre censure al loro agire ci sono molte ragioni. Però, ciononostante, continuano a rimanere una forza significativa, capace di conquistare importanti realtà amministrative e di ambire, a detta di quasi tutti i sondaggisti, al governo del Paese. E allora, non posso non farmi domande e cercare spiegazioni. Così penso che, ad esempio, con i dati di disuguaglianza e povertà che abbiamo e che commentiamo in queste ore, opporre a una loro proposta di misura egualitaria stimata in 15 miliardi di euro, come il “reddito di cittadinanza” secondo l’Istat, un diniego motivato dall’annosa tesi «non ci sono le risorse necessarie» e poi trovarne 20 in 24 ore per un decreto “salva-banche” è un modo per alimentare le demagogie che si dice di voler combattere.

I casi di questo tipo potrebbero essere molteplici, e pure il discorso sull’assenza di strategia nelle tattiche di coalizione è ribaltabile, allo stesso modo in cui il ragionamento sulle qualità delle classi dirigenti non afferisce solo al panorama grillino, visto che su altri lidi non mi pare di scorgere eredi di Togliatti o successori di Einaudi. Né, tantomeno, sto dicendo che bisogna lasciar fallire le banche per guadagnare in purezza dell’azione politica, similmente non immagino che chi tenta di salvarle pensi che ignorare le difficoltà degli ultimi sia la maniera corretta per farne dei prossimi primi.

Sto dicendo che la demagogia è questione seria dei tempi presenti, mentre invece rischia di essere banalizzata nel racconto che mira, con poca fortuna, peraltro, a derubricare sotto di questa categoria solamente i comportamenti e i pensieri degli altri, rivendicando per i propri i crismi di un’autorevolezza e di un’efficienza che i fatti, costantemente e con lena encomiabile, s’incaricano di smentire.

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