Piccola traccia d’un tema sociale

Emersa subito come cifra interpretativa, la composizione del voto registrato al referendum è la migliore smentita dell’intero apparato retorico fatto proprio dal potere governante e brandito contro il dissenso ragionato sul piano politico e quello discusso nelle sfere sociali. Chi osava negare la bellezza delle magnifiche sorti e progressive era tacciato quasi di disfattismo. Ma la realtà ha la testa dura, ed è ostinata nel suo volersi narrare per quel che è.

Si può nascondere ciò che non vogliamo si veda sotto coltri di tappeti d’ipocrisia, ma quel vero rimane cosciente a se stesso. Non serve l’Istat o il Censis ai poveri per sapersi tali, non hanno bisogno di asettiche rilevazioni i giovani per sentirsi sbarrato il futuro, non arrivano le indagini e le analisi degli economisti e dei sociologi a spiegare cos’è la vita nelle periferie prima che chi la viva sappia riconoscerne limiti e problemi. E se a tutti questi il tuo storytelling cerca di spiegare che il mondo è bellissimo, perché si può fare spesa da Eataly, comprare su Amazon con l’iPhone e applaudire alla Leopolda la nuova classe dirigente, il minimo che ti può succedere è che ti dicano «no», come hanno fatto domenica scorsa.

Sto dicendo che quelle classi sociali dimenticate nel racconto di governo hanno implicitamente detto «sì» ad altri narratori? Nient’affatto: da quel voto, l’opposizione viene colpita tanto quanto la maggioranza, e illudersi che basti cambiare Renzi con qualcun altro per risolvere quei sentimenti in un afflato di partecipazione è follia pari, se non peggiore, a quella di chi immaginava risolto il compito del cambiamento nella “rottamazione” di qualche nome del passato.

C’è una foto che ho voluto mettere vicino alla porta di casa, di modo che, uscendone, sia portato a guardarla tutte le volte. Ritrae i miei nonni, con mia madre piccola fra loro. Erano gli appena dopo la guerra, della ricostruzione, di un Paese in macerie, e non in senso figurato. La guardo perché cerco di immaginare a quello che quei due giovani poco più che ventenni potessero pensare.

Non credo avrebbero mai gridato alla “casta” nei confronti delle classi dirigenti, e probabilmente non nutrirono mai verso di queste quel rancore insulso e inutile che si esprime nella conta delle indennità. Non perché ne godessero in qualche modo i frutti, contadini condannati all’emigrazione, ma perché intuivano che il destino toccato loro in sorte non sarebbe stato quello dei figli, di quella bambina in piedi su una sedia che tenevano in mezzo. Sacrifici tanti, ovvio, ma la coscienza del riscatto e della mobilità sociale possibile sempre viva: fu questo che diede forza, credo, a quell’Italia di rialzarsi e il principio su cui si basò il patto e la fiducia reciproca fra rappresentati e rappresentanti, fra le masse e l’élite. E oggi?

Oggi i figli sono più poveri dei padri, e gli uni e gli altri, ovviamente, sono arrabbiati e delusi, non riuscendo a intravedere alcuna via d’uscita praticabile, se non per i pochi che da sempre percorrono strade diverse dalle proprie. Da qui la rottura di quel patto, la perdita di quella fiducia, la condanna inappellabile dell’intera classe dirigente, agita dalla massa (non più tante, ma una sola, indistinta, e pure questa è un’altra forma della crisi decennale che viviamo) sulla sua espressione politica, perché su di essa si può fare con maggiore facilità e immediatezza in forma elettorale.

Aggiungeteci, poi, i volti ilari e gli atteggiamenti festosi, la protervia dei gesti e l’altezzosità nelle parole, finanche il benessere ostentato e pesino gli averi di famiglia inestricabilmente legati alle sorti e alle sortite dell’agire politico degli arrivati, e coglierete il senso intrinseco del rancore degli esclusi.

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