Di un piatto sulla tavola

Labile è sempre quel confine, sottile e mai chiaro nel suo svolgersi,
come oscure sono le lande che segna e delimita, informa e divide.
Di qua il reale, visto, conosciuto, noto. Di là, semplicemente, il vero.
E le due cose non si oppongono, ma l’una l’altra al meglio spiega.
Poi ci sono giorni strani, in cui il sole piega e abbassa lo sguardo,
dove s’avvicina a grandi passi la notte che dura più del giorno,
e non sai se tornerà ancora quel nitore che sembra andato via.
Allora si può dubitare di quel che si vede, perché non tutto è dato,
non tutto è sotto gli occhi che si sforzan di capire, di dare immagini,
contorni e colori a quello di cui da sempre sanno il nome. Lì, velato,
nel chiaroscuro che nasconde e scopre allo stesso tempo, giocando
con quel che sappiamo su quanto sentiamo, che può farsi preciso, 
che per essenza è impossibile rendere netto, risiede il senso ultimo
di ciò che siamo. Così, la notte che verrà, avrà un piatto sulla tavola.
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