L’elezione diretta e la vacuità (ricercata) dei «programmi»

Nella città in cui vivo, Cuneo, il prossimo anno si andrà al voto per il rinnovo del consiglio comunale. Anzi, più correttamente, si voterà per eleggere il sindaco. Tralasciando gli schieramenti, le parti e i protagonisti, vorrei soffermarmi su un altro aspetto. In questi primi mesi di campagna elettorale già iniziata, ho letto diverse volte la frase: «prima i programmi, poi il nome del candidato sindaco». Che fosse inteso quale monito o come proposito, quel concetto è giusto. Peccato che sia completamente slegato dalla realtà delle questioni in campo.

Provo a spiegarmi meglio. Dire «prima i programmi, poi il nome del candidato sindaco» è tanto corretto in linea di principio, quanto aleatorio nella pratica della politica. E non perché, come pure accade, spesso avvenga il contrario, ma perché è il sistema che si è scelto a rendere inutile e impraticabile quel precetto. La legge per l’elezione diretta dei sindaci del 1993 è l’emblema stesso e il primo supporto normativo del progressivo personalizzarsi della politica. Eleggere un sindaco, secondo quanto prevede il sistema, e dare alla sua maggioranza, magari col ballottaggio, lizza per singoli campioni in duello fra loro, i due terzi del parlamentino municipale, significa scegliere un nome e uno soltanto. Il resto, è materiale per il racconto dei fatti e adempimento d’ufficio nella preparazione delle candidature.

È da quella legge lì che prende l’abbrivio tutta la voglia irrefrenabile di “governabilità” dei politici nostrani. Ed è da quel punto che, piano piano, i concetti di rappresentanza e partecipazione vengono svuotati, fino a perdere completamente di senso e farsi superflui al punto che, chi in questi dovrebbe crederci tanto da inverarli con il suo voto, semplicemente rinuncia, declina l’invito, si astiene.

Cos’erano i «programmi», spesso desunti dalle ideologie dei partiti che li scrivevano, se non la sussunzione a livello istituzionale di quella rappresentatività che animava il regime democratico e il sistema elettorale. Si sceglieva un programma perché si stava da una parte e stando da quella parte, semplicemente, sapendo che il proprio consenso espresso sulla scheda sarebbe servito a dar forza a quella visione collettiva e comune che era il proprio partito, o quello in cui ci si riconosceva, del quale ci si fidava. Di questo, cos’è rimasto ora?

Un consiglio comunale divenuto la camera di ratifica delle volontà della maggioranza in cui le minoranze, tutte, sono frammentate nel terzo dei seggi rimanenti, al di là delle proporzioni elettorali, non è altro che il sigillo sugli atti della Giunta, che a sua volta è l’espressione del sindaco che la sceglie e la nomina. Di più, nei comuni al di sotto dei quindicimila abitanti, ciò può avvenire in presenza di una netta inferiorità elettorale della parte del sindaco rispetto al complesso degli elettori, e si può dare il caso che, con più di due liste, quella che vada a ricoprire i due terzi del consiglio ottenga il suffragio di meno della metà degli elettori (in effetti, anche al primo turno quando è necessario il ballottaggio accade qualcosa di non diverso; ma in quel caso il secondo, se non i fatti, almeno corregge la forma).

Quando si dice «prima i programmi», quindi, si parla bene, ma non si afferma nulla.

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