Sempre viva la Prima Repubblica

Per il proporzionale con preferenze ero prima, quando solo a pochi “romantici rottami”, nel senso di bersagli della retorica renziana per eccellenza, appassionava la Prima Repubblica, per il proporzionale con preferenze sono ora, che a proporlo è una mozione messa nero su bianco da una delle maggiori forze politiche italiane, il M5S, sebbene non è da scartare l’ipotesi, per quanto al momento non suffragata da prove, che quella depositata ieri non sia altro che una provocazione, un modo per “tirarla per le lunghe” e non discutere in concreto di nulla. Sia come sia, io sono, sempre più, convintamente “proporzionalista”.

Perché? Perché credo che l’unico modo per ristabilire la rappresentatività sia quello di adottare una legge elettorale che preveda il riparto dei seggi in maniera alle proporzioni dei consensi espressi: si vota, si eleggono dei rappresentanti in forza dei voti reali, si decidono i governi in base alle rappresentanze effettive. Al di là dei tecnicismi su eventuali correzioni e sbarramenti, il dato è che non si può rendere, ope legis, maggioranza chi nei numeri non lo è, come accade oggi in Parlamento. Se il sistema non è più bipolare ma si hanno tre o più forze che si confrontano fra loro con ragionevoli ambizioni e possibilità di successo, non ha senso imporne per decreto la semplificazione. Perché le democrazie sono sì chiamate a governare, però allo stesso tempo hanno il compito di rappresentare nel Palazzo il Paese. E se un partito o una parte può esprimere il governo, fare le leggi, approvare le riforme avendo contro di sé, o comunque non dalla sua parte, il voto espresso da ben più della metà degli elettori, che rappresentanza assicura? Da qui la sfiducia, il distacco, l’astensione.

La mia, nella parte in cui mi riconosco e nella forza politica a cui sono iscritto, non è una posizione molto accettata. Pazienza. Ma se la democrazia è scelta, cosa c’è di meglio che far scegliere, con le preferenze e in ragione proporzionale, quelli da cui si vuol essere rappresentati, e poi delegare a loro l’individuazione di un esecutivo? Molti obiettano che così si premierebbe una classe dirigente non all’altezza e su meriti non proprio virtuosi, diciamo. Però così si sottintende che ci sia qualcuno disposto a dare il suo voto per interesse, e allora non si risolve il problema con la legge elettorale, e si presuppone che, senza preferenze e proporzionale, la qualità degli eletti sia più alta. Un’occhiata a quel che avviene da vent’anni basta a contraddire questa tesi, credo.

C’è poi una critica apparentemente più pervicace: in quel modo, è il senso del ragionamento, ci teniamo le coalizioni variegate e le “larghe intese”. Sì, può capitare; e quindi? Io non ho nulla contro la pratica della coalizione, al massimo, eccepisco sulla qualità dei risultati coalizzati. Per spiegarmi meglio, il problema non è l’alleanza in sé, ma se quell’alleanza la stabilisci con Alfano per fare lo Sblocca Italia con le trivelle libere che piacciono alla Guidi e le grandi opere gradite a Lupi, il Piano casa per tagliare le utenze ai disperati, la Buona scuola per la contentezza della Aprea e il Jobs act che fa gongolare Sacconi. E mi piace pure ricordare che qui la legge elettorale c’entra poco, dato che quella che c’è è tanto maggioritaria da «alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti», volendo citare la sentenza con cui è stata cancellata dalla Consulta.

Infine, per me va bene anche che qualcuno faccia le “larghe intese”, se è quello che vuole fare e se trova donne, uomini  e idee per farle: ma almeno, che siano senza numeri parlamentari drogati da premi e quorum e con deputati e senatori eletti in ragione dei voti presi da loro, «di persona, personalmente», per dirla con il Catarella di Camilleri.

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1 risposta a Sempre viva la Prima Repubblica

  1. Agostino Marrella scrive:

    A me il “Mattarellum” non piaceva (turno unico, scorporo, “liste civetta”, quota proporzionale senza preferenze…), ma… venne di peggio: prima la “porcata calderoliana” e poi la “porcata 2” (alias “Italicum”), che ora il signor Renzi – (ac)cogliendo il “consiglio” del signor Napolitano – si dice disposto (soltanto “a parole”, a mio avviso) a cambiare. Ma con che?

    Ogni forza politica o frazione della stessa (leggasi “minoranza Pd”) ha/avrebbe un proprio sistema di voto da proporre; sistemi caratterizzati sia da una irriducibile diversità, sia – in nome di una malintesa “originalità italiana” – da contorti tecnicismi che mostrano una scarsa attenzione per gli elettori, i quali hanno invece diritto a votare capendo chiaramente “come”; peraltro, taluni dei sistemi cui esse “si ispirano” (“spagnolo” e “greco”, per citarne soltato due) hanno dato mostra, anche recentemente, di tutti i loro limiti.

    Personalmente non disdegnerei un sistema proporzionale; uno “vero”, sia pure con con soglia di “sbarramento”, come quello tedesco che prevede il collegio unico nazionale e non il “nostro” in uso nella “prima Repubblica” che era proporzionale per modo di dire. Il “proporzionale” ha tuttavia come non piccolo e “antipatico” limite l’eccessivo potere dato ai partiti di “fare e disfare” le maggioranze parlamentari/di governo anche senza alcun riferimento alla volontà politica espressa dal corpo elettorale (sino a giungere, in non rari casi, alla perversione assoluta della… “grande coalizione”). Cosa “resterebbe”, allora? Risponderò con parole che sono poco meno che un “copia e incolla”.

    L’Assemblea Nazionale della Repubblica Francese, 577 seggi, è formata ricorrendo ad un pari numero di collegi uninominali con doppio turno eventuale. È eletto al primo turno il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti, purché – attenzione alla rapppresentatività! – essi siano pari ad almeno un quarto degli elettori aventi diritto nel collegio; altrimenti vanno al secondo turno di ballottaggio tutti i candidati che al primo turno abbiano ottenuto almeno il 12,5 per cento dei voti validi. Facile, quasi… intuitivo, no?

    A me pare, francamente, che il “sistema francese” poc’anzi descritto, concili accettabilmente (il sistema elettorale “perfetto”… non esiste) il diritto di proposizione dei candidati da parte delle forze politiche e il diritto di scelta degli elettori; diritto di scelta per certi versi “doppio” poiché ogni componente il corpo elettorale potrebbe, ove il suo candidato “preferito” non fosse eletto al primo turno o non accedesse al ballottaggio, esprimersi al secondo turno per il “meno lontano” o anche – perché no? – “contro” il “più lontano”.

    A corollario di tale sistema elettorale, l’optimum sarebbe: non consentire le “candidature paracadutate” nei collegi ritenuti “sicuri”, prevedendo, ad esempio, che i candidati debbano avere l’effettiva residenza in uno dei comuni del collegio elettorale da almeno un anno prima dello svolgersi delle elezioni; la possibilità di candidature indipendenti dai partiti, “presentati” da un congruo, e opportunamente determinato, numero di elettori del collegio interessato.

    E “non sarebbe male” – qualunque sia/sarà il sistema elettorale con cui si voti/voterà – che i regolamenti parlamentari prevedessero (“alla tedesca”) l’impossibilità di formare gruppi assembleari diversi da quelli scaturenti dalle liste sottoposte al voto degli elettori; i “dissenzienti” dal partito/forza politica che li ha candidati potrebbero soltanto decidere di transitare ai al “gruppo misto” della camera parlamentare di cui fanno parte.

    P. S. La composizione e l’estensione dei collegi elettorali non è elemento marginale in ordine al risultato finale; cosicché nel “democraticissimo” Regno Unito, Conservatori e Laburisti non si sono fatti scrupolo di modificarli per averne un potenziale vantaggio di parte. Ma ciò attiene alle – forse ineliminabili! – “miserie umane”.

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