Della libertà di parola e di altri paradossi

Le vignette di Charlie Hebdo sui morti di Amatrice e sulle case costruite dalla mafia hanno agitato di nuovo gli animi di quei social media che si riempirono di solidarietà ai tempi dell’attacco alla redazione del giornale parigino e che si sono, in parte, scoperti a dover fare i conti con quel “je suis” forse allora da molti superficialmente condiviso. Chiariamoci, nessuno ha il diritto di sparare a qualcun altro solo perché ha detto, scritto o disegnato qualcosa che non gli piace; un concetto tanto facile da dire quanto inutile da ripetere. La domanda, però, è un’altra: noi, quella libertà di parola che diciamo di difendere senza condizioni, la vogliamo davvero?

Se così è – e lo dico sapendo il portato provocatorio di quello che sto per scrivere – allora perché si chiudono i siti che inneggiano alla criminalità organizzata? Perché si perseguono quelli che spargono il germe dell’odio razziale o inneggiano al terrorismo? Perché si portano in tribunale quanti istigano a fare qualcosa, pur nei fatti non facendo nulla di concreto delle cose che dicono? Anche quelle sono solo parole, e dunque dovrebbero ricadere sotto l’ombrello del diritto alla libertà di proferirle che tanto ci si scalda a difendere.

Mi si potrebbe obiettare: «ma se istighi a commettere reati, sei in parte responsabile di quello che accade». Ipotesi su cui potrei concordare, se non fosse che sottintenderebbe un diretto collegamento fra le parole e le idee espresse da una persona e le azioni materiali che vengono poste in atto da un’altra e che, inoltre, la prima porti in qualche senso la responsabilità per le seconde. Se così fosse, però, si dovrebbe supporre che anche sostenere che vi possa essere diretta correlazione fra quelle e le eventuali reazioni che in terzi potrebbero manifestarsi non sia del tutto infondato. Cioè, se c’è una consequenzialità attiva derivante dall’espressione del proprio pensiero deve necessariamente essercene una passiva, per la semplice deduzione contenuta nella premessa per cui fra i due mondi, il parlare e l’agire, c’è una continua connessione.

Una tesi non nuova: se vado da un tizio e gli urlo in faccia contumelie d’ogni genere è altamente probabile che quello risponda, e magari non solo a parole. Ha lui il diritto di piazzarmi un ben assestato manrovescio? No. Ma nemmeno io posso pretendere quello di supporre che, insultandolo, lui debba, novello Voltaire secondo Tallentyre, immolarsi per la mia possibilità di prenderlo a male parole.

Banale? Ovvio, come la vita, che non è mai infima o meravigliosa, ma trascorre in una modesta mediocrità quotidiana. Ai macellai che si immaginano terroristi a cui abbiamo urlato in faccia il nostro valore assoluto di libertà del pensiero impediamo (e giustamente) di esprimere il loro perché lo chiamiamo propaganda sovversiva. Ciò significa che dobbiamo lasciar la facoltà a chiunque di dire qualsiasi cosa? Al contrario: dobbiamo smettere di fingere che ogni cosa sia dicibile, come fa una stanca e inutile retorica pseudo-illuminista che vuole universale e intangibile quella libertà di espressione. Oppure, liberi tutti e benvenuti al tempo del «troppo presto» dello Zarathustra nietzschiano. Basta decidere quale strada si vuol seguire, stando bene attenti agli inciampi sugli eventuali paradossi.

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