Non solo in America

«Don’t get me wrong. I have great hope for the country I live in. Things are better. The left has won the cultural wars. Gays and lesbians can get married. A majority of Americans now take the liberal position on just about every polling question posed to them: Equal pay for women – check. Abortion should be legal – check. Stronger environmental laws – check. More gun control – check. Legalize marijuana – check. A huge shift has taken place – just ask the socialist who won 22 states this year. And there is no doubt in my mind that if people could vote from their couch at home on their X-box or PlayStation, Hillary would win in a landslide».

Il passo citato del post di Micheal Moore m’ha fatto amaramente sorridere. Per i poco anglofoni come me, il regista in sostanza dice che la sinistra ha ottenuto tante cose in questi anni, cambiando molto la qualità del dibattito culturale negli Stati Uniti su questioni come i diritti civili, l’ambiente, il controllo delle armi e non ha dubbi che «se le persone potessero votare dal loro divano a casa sulle loro X-box o PlayStation, Hillary vincerebbe a valanga». Ma in America non funziona così, dice: la gente deve uscire di casa e fare la fila per votare, e se vive nei quartieri poveri, questa è ancora più lunga.

Sempre Moore ci ricorda che la Rust Belt, la “cintura della ruggine”, come viene chiamata quella parte del Midwest che comprende stati come il Michigan, l’Ohio, la Pennsylvania e il Wisconsin, una volta cuore dell’industria Usa e ora in declino, è come l’Inghilterra profonda che ha votato per la Brexit: «broken, depressed, struggling», abbattuta, depressa, in difficoltà.  E allora, aggiunge l’autore di Bowling for Columbine, il problema non è tanto negli elettori di sinistra che potrebbero andare a votare per Trump, perché non accadrà, ma nella loro poca motivazione a sostenere la Clinton contrapposta a quella di coloro che, arrabbiati per tutto quanto li sta colpendo nelle loro sicurezze un tempo date per acquisite, invece si muoveranno per il miliardario newyorkese.

Il sorriso amaro di cui parlavo viene da qui: il ripiegamento borghese che la sinistra istituzionale in tutto il mondo ha cercato di offrire come catalogo d’impegni per il suo elettorato, ha perfettamente funzionato. Non nel senso che ha fornito una prospettiva politica collettiva – e come poteva essere, visto che si è puntato su diritti e rivendicazioni per loro stessa natura “individuali” abbandonando a sé stesse le rivendicazioni di carattere sociale –, ma proprio perché ha spostato il campo dell’agire politico sulla sfera del privato, sul divano di casa, per dirla con Moore.

Non fraintendete nemmeno me: non sto dicendo che fosse sbagliato sostenere le battaglie sui diritti civili come è stato fatto (e fatto meno, molto meno per quelli di cittadinanza) o per l’avanzamento delle politiche liberali, ci mancherebbe. Dico che non puoi sostituire con questa dimensione il bisogno di comunità che è la sinistra. Perché quella sarà sempre declinata al singolare, difficilmente essendo capace di smuovere le masse e dare un orizzonte all’avvenire se non inserita in un discorso plurale, che tenga insieme l’essere sociale delle donne e degli uomini a cui vorresti parlare. E senza quello, è difficile convincerli ad alzarsi per te.

Non solo in America.

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