Storia d’un pugno di sale. Ovvero, del perché alcuni non si immolano a difendere ciò che si potrebbe perdere (e sarebbe un peccato)

«Alla fine, il primo successo dell’Appendino sarà la perdita per Torino del Salone del Libro. E in un appena mese; non c’è male, direi». Così, cinicamente, un amico commenta le notizie che arrivano in relazione all’evento del Lingotto. «E tu», aggiunge guardandomi, «uomo di cultura e di sinistra, non dici nulla?». «Mah», rispondo distrattamente, «di cultura non direi, quanto alla sinistra, lasciamo perdere. Che dovrei dire? Facciano un po’ quel che vogliono». «Il guaio vero», inserendosi nel dialogo con sarcasmo un terzo, «sarà per quanti con iniziative del genere ci campano».

L’uscita sprezzante dell’ultimo presente a quel breve scambio d’impressioni ha colto, non so con quanta consapevolezza, un punto che da tempo mi ronza fra le idee. C’è un distacco fra quelli che una certa parte politica dovrebbe rappresentare e i rappresentanti della stessa che sta diventando, o peggio è già diventato, vero e proprio disprezzo. Certo, anche le notizie della cronaca non aiutano, e il fatto che pure quell’evento sia nel novero dei tanti, troppi, casi non chiari della gestione delle risorse pubbliche ci mette del suo, ma credo che il problema sia più radicale, direi quasi ormai strutturale. Non si riconoscono, gli uni e gli altri, e si ignorano o si disdegnano a seconda delle circostanze.

Di chi siano le maggiori responsabilità per questa situazione sinceramente non saprei. Però mi sembra un fatto, e ne incontro, sempre con crescente frequenza, azzarderei un “quotidianamente”, le manifestazioni in giro. Si potrà tornare indietro? Non so, e non credo. Le ho citate altre volte, ma non so spiegare questo stato di cose se non rifacendomi alle parole d’un vecchio delle mie terre. «Prendi un pugno di sale», mi disse un giorno, «e tiralo in aria. È facile, vero? Possono riuscirci tutti. Bene; ora prova a raccoglierlo».

Chiaramente, è un peccato perderlo. Eppure, non ho più voglia di tentar il raccolto.

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